LE NOVE PARTI DEL DISCORSO racconto e schede didattiche

LE NOVE PARTI DEL DISCORSO racconto e schede didattiche

IL PAESE DI GRAMMATICA, ovvero Grammatica divertente per gli abitanti

della Contea degli Studenti

Ho elaborato questo materiale prendendo spunto da un classico della letteratura americana per l’infanzia usato per presentare le nove parti del discorso: “Grammar Land” di M. L. Nesbitt 1878, adattandolo alla grammatica italiana e modificando gli elementi un po’ troppo datati per i bambini di oggi.

La storia si svolge nell’aula di tribunale del Paese di Grammatica, davanti al Giudice di Grammatica e ai suoi due assistenti, l’avvocato Analisi e il dottor Sintassi. In caso di necessità interviene la Critica, che è la polizia del luogo.  Poiché gli abitanti del paese non riescono a vivere in armonia, vengono convocati uno ad uno, e alle riunioni partecipano anche i bambini della Contea degli Studenti, che offrono quando occorre il loro aiuto.

psicogrammatica Montessori scheda dei simboli 1

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Ho scelto di completare il racconto inserendo i simboli grammaticali montessoriani, che avevo già presentato qui La psicogrammatica Montessori, ma il racconto si presta anche ad essere usato in chiave steineriana, presentandone una puntata alla volta ed accompagnando il racconto a disegni alla lavagna, e disegni riassunti ed esercizi sui quaderni. Avevo già preparato racconti di questo genere, ad esempio la Storia di Misbrigo, Preciso e Giulivo. In questo blog trovate un esempio di lavoro svolto in questo modo (in inglese) Homeschooling Waldorf.

Per quanto riguarda i simboli grammaticali montessoriani, la psicogrammatica Montessori, o filosofia della grammatica, rappresenta un notevole aiuto che possiamo offrire ai bambini per orientarsi nei vari ambiti del linguaggio.
Nella lingua italiana ci sono nove parti del discorso, e nella didattica montessoriana ognuna è rappresentata da un suo simbolo.

I simboli per le nove parti del discorso non sono certo stati scelti a caso. Maria Montessori associò al nome la forma della piramide. Il simbolo grammaticale per il nome è quindi il triangolo nero. La piramide è solida e stabile ed è una costruzione molto antica. Anche i nomi sono solidi e stabili e molto antichi: probabilmente furono le prime parole usate dagli esseri umani, per capirsi fra loro. Il nero rappresenta la materia e il carbone, altro elemento antichissimo.
Al verbo associò l’immagine di una sfera rossa. Il simbolo grammaticale per il verbo è dunque un cerchio rosso. Il rosso simboleggia l’energia, e la sfera e movimento e dinamicità.
Tra nome e verbo inserì le altre sette parti del discorso, i cui simboli dovevano rendere chiara una data relazione o con il verbo, o con il sostantivo.
L’intera parentela tra le parti del discorso nella psicogrammatica montessoriana è legata alla coppia nome/verbo. Il significato psicologico e filosofico di questo approccio alla grammatica è particolarmente chiaro nel racconto inventato da Maria Montessori e raccontato dal figlio Mario durante un convegno a Francoforte nel 1954, per spiegare ai bambini la funzione delle parole (puoi leggere il racconto qui: https://lapappadolce.net/la-psicogrammatica-montessori/).
Tornando a considerare le nove parti del discorso nel loro insieme avremo:
famiglia del nome: articolo, aggettivo, nome e pronome. Per il nome si usa una grande piramide nera, per l’aggettivo una piramide media blu, per l’articolo una piccola piramide azzurra e per il pronome una piramide allungata viola. I simboli relativi sono un grande triangolo equilatero nero, un triangolo equilatero medio blu, un triangolo equilatero piccolo azzurro e un triangolo isoscele viola;
famiglia del verbo: avverbio, verbo. La sfera rossa rappresenta il sole, che dà vita, luce e calore. I verbi danno energia alla frase e animano la famiglia del nome. L’avverbio è una sfera arancione più piccola.
I simboli relativi sono un cerchio rosso grande e un cerchio arancione medio.
particelle: preposizioni, congiunzioni, interiezioni. La congiunzione è un piccolo parallelepipedo rosa, che unisce come un trattino due parole o due parti di una frase. Il simbolo relativo è un rettangolo rosa.
La preposizione è un arco verde, che collega come un ponte due oggetti tra di loro. Il simbolo relativo è una mezzaluna verde. L’interiezione è una piramide dorata con una sfera posta sull’apice; somiglia ad una serratura, e ricorda la forma del punto esclamativo.
Nella Casa dei bambini i simboli grammaticali vengono utilizzati per rendere concreto ciò che è astratto, al fine di aiutare il bambino a scoprire la funzione delle parole e classificarle. Questa preparazione indiretta fornisce una base forte, a cui si aggiungono ulteriori scoperte, finché poi, nella scuola primaria, queste conoscenze sfociano nell’analisi grammaticale vera a propria.
Sappiamo tutti quanto sia importante fare una prima buona impressione, e nella didattica Montessori ci sono presentazioni che hanno lo scopo di lasciare nei bambini un’impressione profonda e duratura, accendendo la loro immaginazione.

Le storie per presentare le funzioni delle parole possono essere varie; l’importante è che siano brevi, semplici e memorabili. La Fiaba per le parti del discorso di Maria Montessori, già citata, è particolarmente indicata per i bambini più piccoli, ma si può considerare tranquillamente di proporla anche nella scuola primaria. Si può anche scegliere un racconto più complesso, che si deve svolgere nell’arco di più giorni: Il Paese di Grammatica.
Sia nella scuola d’infanzia, sia nella scuola primaria, l’atmosfera che si crea durante il racconto è importantissima, indipendentemente dal racconto che scegliamo: bisognerebbe parlare ai bambini come se si stesse svelando loro un grande segreto.

Normalmente le parti del discorso vengono presentate, nella scuola primaria, in questo ordine: nome, articolo, aggettivo, congiunzione, preposizione, verbo, e l’avverbio. Nella Casa dei bambini il bambino svolge un lavoro di preparazione allo studio della grammatica vero e proprio, che avverrà nella scuola primaria. Generalmente in prima classe (6 – 7 anni) si studiano approfonditamente:
– nome
– articolo
– aggettivo
– pronome
– verbo
e si prosegue in seconda classe (7 – 8 anni) con:
– modi, tempi e forme verbali
– preposizioni
– avverbi
– congiunzioni
– interiezioni.
Facendo molti esercizi sulla funzione delle parole, già nella scuola d’infanzia il bambino vedrà crescere il proprio interesse per la lingua che parla, e si renderà conto che le parole hanno funzioni speciali e che possono essere classificate in base a queste loro funzioni. Il requisito per la presentazione di questi esercizi, è che il bambino sappia leggere la maggior parte delle parole con facilità. D’altra parte questi esercizi rappresenteranno per lui anche un buon esercizio di lettura.
Poiché il bambino si trova nel periodo sensibile del linguaggio, ogni nuova funzione delle parole che gli viene presentata rappresenta per lui un’interessante nuova scoperta. La maggior parte di questi esercizi non sono individuali, ma prevedono il lavoro in piccoli gruppi. Le attività, oltre ad essere interessanti, sono molto divertenti.

Il racconto presentato di seguito è diviso in un’Introduzione e 15 capitoli. Al termine di ogni capitolo troverete una scheda didattica che contiene i compiti che via via vengono assegnati ai bambini della Contea degli Studenti dal Giudice di Grammatica.

Il Paese di Grammatica, ovvero Grammatica divertente per gli abitanti della Contea degli Studenti

INTRODUZIONE

Cos’è il Paese di Grammatica? Sai dove si trova? Ci sei mai stato? Ascolta…

Non troverai il Paese di Grammatica sul mappamondo, e non ho mai sentito parlare di una cartina di questo Paese; ma chi ha mai sentito parlare di una cartina del Paese delle Fiabe? Eppure tutti ne hanno sentito parlare, e naturalmente sappiamo molte cose di questo Paese. Bene, il Paese di Grammatica è un luogo reale quanto lo è il Paese delle Fiabe, ma è anche molto più importante di questo. La regina del Paese delle Fiabe è molto capace, e a modo suo è una grande piccola regina, ma non è nulla in confronto al Giudice di Grammatica!

Il grande e severo Giudice di Grammatica è molto più potente di qualsiasi regina delle fiabe, poiché egli governa anche su i Re e le Regine e i Capi di Stato del nostro mondo reale. I nostri re e le nostre regine, e perfino i Presidenti degli Stati più potenti del mondo, devono obbedire alle leggi del Giudice di Grammatica, altrimenti tutti, perfino i loro sudditi e concittadini riderebbero di loro e penserebbero: “Poverino! Quando era un bambino e andava a scuola, nessuno l’ha portato nel Paese di Grammatica! E’ scandaloso!”. E lo stesso Giudice di Grammatica, poi, non so dire che farebbe, ma penso che una cosa del genere non sia mai successa, perché chi può immaginare un Re, o una Regina, o un Presidente, dire: “Io sei”, oppure “Tu sono”, oppure “Noi non siete io”. Nessuno parla in questo modo, tranne chi non ha mai sentito parlare del Paese di Grammatica.

Ah! Dovreste vederlo questo grande Giudice, seduto sulla sua bella poltrona, nell’aula del tribunale, mentre impartisce ordini a tutte le sue preziose parole, che sono la ricchezza del suo Paese! Il Giudice di Grammatica dice che tutte le parole che si pronunciano gli appartengono, e lui può fare con esse quello che vuole; egli è, in effetti, Giudice e Imperatore del Paese.

Noi sappiamo bene che Guglielmo il Conquistatore, ad esempio, dopo aver conquistato l’Inghilterra divise il regno tra i suoi nobili, ognuno dei quali governava sulle terre a lui assegnate, ma rimanendo fedele al re e promettendo di aiutarlo in caso di guerra. Lo stesso vale per il Giudice di Grammatica, che quando ha preso possesso del Paese di Grammatica, ha distribuito tutte le parole tra nove Signori, che le governano ognuno nel proprio territorio, ma prestando tutti obbedienza al Giudice.

Questi nove Signori sono chiamati Parti del Discorso, e sono dei compagni molto simpatici e divertenti. C’è il ricco Signor Sostantivo, e il suo utilissimo amico Pronome; c’è il piccolo signorino Articolo e il loquace Aggettivo; c’è l’indaffaratissimo Dottor Verbo e il suo amico Avverbio; c’è il vivace Signor Preposizione e il servizievole Signor Congiunzione, ed infine il Signor Preposizione, forse il più stravagante.

Ora, siccome alcuni di questi Signori sono più ricchi (cioè hanno più parole degli altri), e siccome ad ognuno di loro piacerebbe averne di più, ne consegue, mi dispiace dirlo, che spesso finiscono col litigare tra loro.

La nostra storia è cominciata proprio un giorno in cui i Signori si erano messi a litigare per tutto il Paese, facendo tanto di quel fracasso da svegliare il Giudice di Grammatica, che in quel momento stava facendo un piacevole pisolino…

“Cos’è questo baccano?” tuonò il Giudice, arrabbiato, “Analisi, amico mio

Dottor Sintassi! Qui!”

I due consiglieri del Giudice arrivarono immediatamente.

L’Avvocato Analisi aveva un naso appuntito, occhi chiari e vivaci, una parrucca col codino, e portava gli occhiali. Era molto svelto e astuto nel riconoscere le persone, e faceva sempre dire loro “la verità, tutta le verità, e nient’altro che la verità”. E’ inutile dire all’Avvocato Analisi: “Non lo so”. Lui continuerà a farti domande su domande, finchè in un modo o in un altro, finirà col sapere tutto.

Quando dico che ti farà ‘domande su domande’, naturalmente, intendo dire che interrogherà i Signori delle Parti del Discorso, perché questo è il suo compito, ed è il motivo per cui il Giudice di Grammatica lo aveva convocato quel giorno.

Tutte le volte che si alza un polverone nel Paese di Grammatica, l’Avvocato Analisi ne deve sapere tutto, e il Dottor Sintassi deve dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, in accordo con la legge.
“Amico Analisi”, disse il Giudice, “questo trambusto deve finire. Per cosa stanno litigando? Io ho diviso le parole in modo chiaro, una volta per tutte, tra i nove Signori delle Parti del Discorso. Perché non riescono a vivere in pace tra loro?”

“Signore”, rispose l’Avvocato Analisi, “il fatto è che è passato molto tempo da quando hai distribuito le parole, e da allora i Signori delle Parti del Discorso sono stati liberi di fare più o meno come pareva loro. Alcuni di loro sono avidi, ed hanno rubato delle parole ai loro vicini; alcuni di loro hanno inventato nuove parole utilizzando parole vecchie di altri, che essi dicono che non avevano diritto di prendere; alcuni di loro sono portati a pensare che il Dottor Sintassi sia obsoleto e che non ci sia più bisogno di obbedirgli. In effetti, se tu, Signore, non prenderai in mano la questione una volta per tutte, temo che le buone vecchie leggi del Paese di Grammatica cadranno per sempre in rovina”.

“Questo non succederà mai!” disse il Giudice agitando la sua parruccona, “Dobbiamo subito fermare tutto questo. Vai, e convocali tutti qui, in Tribunale!”.

“Certamente, signore” rispose l’Avvocato Analisi, “ma posso chiedere se c’è un Signore che vorresti vedere in particolare?”

“Voglio vederli tutti, ognuno di loro!” rispose il Giudice, “Tutti dovranno venire da me, e tu li interrogherai a turno, e farai dire loro quali diritti hanno sulle parole che rivendicano come proprie; e poi se ci sarà un qualche disaccordo tra loro, io stabilirò cosa fare per ognuna di esse”.

“Molto bene, signore”, disse l’Avvocato Analisi, “e posso invitare anche i nostri amici della Contea degli Studenti?”

“I nostri amici della Contea degli Studenti? Che vengano con ogni mezzo!” rispose il Giudice, “Se vogliamo che ci sia la pace tra i nostri Signori delle Parti del Discorso è molto importante che la gente del mondo reale conosca perfettamente come usarli nel migliore dei modi. E siccome le persone del mondo reale trascorrono una buona parte della loro vita a scuola, non possiamo fare nulla di meglio che far arrivare il nostro invito lì. Vai, amico mio, e chiedi loro di venire, e di portare tutti i quaderni e le matite che possono, e fai arrivare tutti i Signori Parti del Discorso insieme!”.

L’avvocato andò via più veloce del pensiero, e presto tutta la corte fu radunata. C’era il Giudice di Grammatica sulla sua poltrona, con una lunga e fluente parrucca e uno splendido abito.

Al tavolo accanto sedevano i suoi due consiglieri, l’avvocato Analisi e il Il dottor Sintassi. Il dottor Sintassi era alto e magro. Aveva un collo lungo e portava una cravatta nera, che sembrava la lancetta di un orologio. Quando parlava si alzava in piedi, guardava dritto attraverso i suoi occhiali, sporgeva in avanti il mento, e diceva ciò che aveva da dire con una voce roca e malinconica, come se stesse ripetendo a memoria una lezione. Era il terrore di tutti i bambini, perché non sorrideva mai  ed era così anziano che la gente diceva che non fosse mai stato giovane; che quando era un bambino piangeva in Greco, e che le sue prime paroline sono state parole in Latino. Comunque sia, se ne stava seduto lì, fianco a fianco con l’avvocato Analisi, mentre i bambini provenienti dalla Contea degli Studenti, armati di matite e quaderni, si preparavano seduti in sala ad ascoltare il processo, e i Signori delle Parti del Discorso occupavano il fondo della sala, in attesa di essere chiamati.

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Il Paese di Grammatica, ovvero Grammatica divertente per gli abitanti della Contea degli Studenti

Capitolo I

Il Signor Sostantivo

NOME

Il primo ad essere chiamato fu il Signor Sostantivo. Era un omone grosso e corpulento, vestito molto bene, perché era molto ricco. Il suo stemma era un triangolo equilatero nero.

Non appena si fece avanti, l’avvocato Analisi si alzò, preparò la penna, sistemò un foglio di carta sul tavolo, e guardò il Signor Sostantivo attraverso i suoi occhiali, chiedendogli: “Qual è il tuo nome?”
“Nome”, rispose il Signor Sostantivo.
“Sì, il tuo nome?”, ripeté l’avvocato.
“Nome!”, rispose di nuovo il Signor Sostantivo.
“Basta con le sciocchezze, signore!” disse il Giudice con voce severa; “Qual è il tuo nome? Rispondi veloce e dì la verità!”

“Io ho risposto dicendo la verità” replicò il signor Sostantivo, “Il mio nome è Nome, perché sostantivo significa nome. Il nome di ogni cosa mi appartiene, per questo mi chiamano signor Nome o signor Sostantivo, che significa la stessa cosa, e tutte le mie parole sono chiamate nomi, o sostantivi”.

“Il nome di ogni cosa appartiene a te?” chiese l’avvocato Analisi, sorpreso.
”Sì” rispose il signor Sostantivo, “il nome di ogni cosa”.
“Come? Vuoi dire che il nome di ogni cosa che io vedo intorno a me è una delle tue parole, ed è chiamata nome?”
“Proprio così” disse il signor Sostantivo, “Il nome di ogni cosa che si può vedere, o toccare, o gustare, o annusare, o ascoltare, appartiene a me.”
“Allora” disse l’avvocato Analisi, “anche questo tavolo è tuo, e l’inchiostro, e la penna, e la finestra!”
“Le parole che usiamo per chiamare queste cose sono tutte mie” disse il signor Sostantivo. “Naturalmente io non ho nulla a che fare con le cose in se stesse. Nessun abitante del Paese di Grammatica ha qualcosa a che fare con le cose, ma soltanto con le parole; ed io ti assicuro che non si può nominare nulla che si possa vedere, o toccare, o annusare, o assaggiare, o ascoltare, senza usare una delle mie parole. Tavolo, penna, inchiostro, finestra, acqua, fuoco, fumo, luce, tuono, fulmine, un sapore, un profumo, un rumore, tutte queste parole mi appartengono, e si chiamano sostantivi o nomi”.

“Capisco” disse l’avvocato Analisi; “possiamo ascoltare un tuono, annusare il fumo, gustare il vino. E suppongo che anche pranzo e merenda siano anche parole tue…”
“Certamente, le parole colazione, pranzo, e merenda sono mie”, rispose il signor Sostantivo. “Gli abitanti della Contea degli Studenti non potrebbero nominare le cose che mangiano senza usare le mie parole. I camerieri ed i cuochi dovrebbero fare dei segni per far sapere alle persone che il pranzo è pronto; non potrebbero dirlo, se io non avessi dato loro il permesso di usare il sostantivo pranzo”.
“Bene” disse l’avvocato Analisi “Se tu possiedi il nome di ogni cosa che noi possiamo vedere, toccare, gustare, annusare e ascoltare, tutto quello che posso dire è che spero tu sia soddisfatto, e che non rivendicherai alcun diritto su altre parole ancora”.

“Certo che sono soddisfatto, signore,” rispose il signor Sostantivo con orgoglio, “ma non ho ancora finito di indicare tutte le parole che mi appartengono. Ho già detto che sono miei i nomi di tutte le cose, e ora aggiungo che ci sono parecchie cose delle quali siamo a conoscenza, ma che tuttavia non possiamo vedere, o toccare, o gustare, o annusare o ascoltare. Ad esempio amore, rabbia, felicità. Sono cose che possiamo provare nel vostro cuore, e sapere che esistono, tuttavia non possiamo toccarle con le dita, o assaggiarle con la lingua, o riconoscerle in qualche modo attraverso i cinque sensi”.

“Mi sta dicendo” disse l’avvocato Analisi “che quando un bambino prova noia …”
“… la parola noia è mia. Esatto.” continuò il signor Sostantivo, “Perché noia è il nome di qualcosa. Io ho un gran numero di parole di questo genere, che servono a nominare cose che possiamo provare e riconoscere, e delle quali possiamo parlare, anche se non possiamo dire che forma, o che colore, o che odore o sapore esse abbiano; come intelligenza, stupidità, pigrizia, bruttezza, velocità.”

“Capisco” disse l’avvocato Analisi, “ Non possiamo dire che forma o colore abbia l’intelligenza, ma possiamo riconoscerla, ad esempio nei bambini, quando stanno imparando una materia nuova a scuola”.
“Sì” disse il signor Sostantivo; “ e anche i nomi della materia che stanno imparando sono miei, anche le materie di insegnamento sono cose che si possono conoscere e nominare: geografia, storia, letteratura, aritmetica, tutti questi nomi mi appartengono”.
“Davvero, signor Sostantivo” disse l’avvocato Analisi “tu rivendichi come tue la gran parte delle parole che esistono. Ma vuoi forse dire che anche i nomi delle persone ne fanno parte?”.
“Proprio così!” replicò il signor Sostantivo “Non voglio certo dire che le persone mi appartengano, ma i loro nomi sì. Io ho il nome di ogni persona del mondo, dalla regina Elisabetta di Inghilterra all’ultimo dei mendicanti. Non c’è un bambino della Contea degli Studenti il cui nome non sia un sostantivo. Ed io non ho soltanto i nomi delle persone, ma anche di tutti gli animali domestici come cani, gatti, uccellini, cavalli e conigli: Fido, Toby, Fuffy, Red, Stella, e tutti gli altri. Sono particolarmente pignolo su questi nomi, li chiamo nomi propri, e voglio che siano scritti sempre con la lettera maiuscola”.

“Nomi propri?” ripetè l’avvocato Analisi. “E allora gli altri nomi cosa sono?”
“Gli altri sono nomi comuni” rispose il signor Sostantivo, con noncuranza.
“Quindi tutti i nomi sono comuni, ad eccezione dei nomi delle persone e degli animali. E’ così?”
“No, no, no,” disse il signor Sostantivo, piuttosto irritato, “il nome di un animale non è un nome proprio a meno che non sia il nome di un animale specifico, suo e suo soltanto, che distingue lui da tutti gli animali uguali a lui. Cane è il nome dato a tutti i cani, ed è il nome che tutti i cani hanno in comune tra loro; ma Fido è il nome di un particolare cane, il suo nome proprio. Così cane è un nome comune, e Fido è un nome proprio”.
“Capisco” disse l’avvocato Analisi “dunque il nome particolare di ogni persona o animale è un nome proprio, e tutti i nomi sono nomi comuni”.

“Non ho ancora detto tutto!” esclamò il signor Sostantivo “Tu non capisci, caro signore. Io non ho ancora detto che anche il nome particolare di un luogo o di una cosa è un nome proprio. Ogni nome particolare e speciale è un nome proprio. Ogni luogo ha il suo nome proprio, o dovrebbe averlo. Ogni città e montagna e fiume e villaggio ha un nome proprio. Perché Italia dovrebbe essere un nome comune, mi spiego? Ci sono tantissimi stati nel mondo, ma c’è solo un stato che si chiama Italia. Stato è un nome comune, tutti gli stati hanno questo nome in comune, ma quando vogliamo parlare di uno stato in particolare dovremo usare il suo nome proprio, e dire Italia, Inghilterra, Scozia, Francia, Marocco, ecc…”.
“Bene, credo di aver capito… il nome particolare di un luogo è un nome proprio” disse l’avvocato Analisi; “ma tu, signor Sostantivo, hai detto che questo vale anche per le cose. Sei sicuro che anche le cose abbiano un nome proprio? Nessuno dà un nome alle sedie e ai tavoli, e li chiama Carla o Giovanna!”
“Non esattamente” rispose il signor Sostantivo “Noi non chiamiamo con un nome proprio le sedie e i tavoli, ma cosa possiamo dire delle case? Anch’esse sono delle cose, o no? E tutti abbiamo sentito parlare di Palazzo Marino, Condominio Giglio, Villa Gioiosa…”

“Bene, nessun’altra cosa oltre alle case ha un nome proprio, vero?”
“I libri sono cose” disse il signor Sostantivo “ed hanno tutti un nome proprio. Così anche le navi e le barche. Avrete sentito che la spada di Re Artù si chiamava Excalibur. Infatti possiamo dare un nome proprio a tutto quello che vogliamo, per distinguere quella determinata cosa da tutte le altre cose dello stesso tipo”.
“E tutti questi nomi o sostantivi propri, come li hai chiamati, devono essere scritti con la lettera maiuscola, giusto? Sia che essi siano nomi di persone, di animali, di luoghi, o di cose grandi e piccole?”
“Signore” rispose il signor Sostantivo “grandezza e piccolezza non fanno differenza. Se tu hai come animale di compagnia una mosca, e la chiami Ali d’Argento, Ali d’Argento deve essere scritto con le A maiuscole, perché quello è il nome proprio della mosca”.

“Bene, signor Sostantivo” disse l’avvocato Analisi “la tua idea su cosa sia proprio mi sembra piuttosto particolare, ma suppongo che il dottor Sintassi non abbia obiezioni da fare, così non dirò nulla”.
Il dottor Sintassi chinò il capo in silenzio.
Allora parlò il Giudice di Grammatica. “Signor Sostantivo, tu hai rivendicato come tue un gran numero di parole, e ci rimane da sentire se tutti gli altri Signori delle Parti del Discorso concordano sul fatto che queste parole  siano tue. Per trovare se lo sono o no, domanderò ai nostri amici della Contea degli Studenti di trascrivere venti nomi, i nomi di qualsiasi cosa si possa vedere, ascoltare, toccare, gustare, annusare, o si possa provare, o il nome proprio di qualsiasi persona, animale, luogo o cosa che conoscono; e quando ci rivedremo, leggerò ciò che hanno scritto, e sentiremo se qualcuno ha qualche buona ragione da sostenere per cui le parole elencate non dovrebbero essere chiamate sostantivi”.
Il Giudice quindi si alzò dal suo posto, e tutti lasciarono l’aula.

scheda didattica SOSTANTIVO

pdf qui: Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 1 – Il sostantivo 

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Capitolo II – Il signorino Articolo

psicogrammatica Montessori articolo 15

Quando il Giudice di Grammatica sedette sulla sua poltrona per l’incontro successivo, l’avvocato Analisi gli consegnò molti fogli pieni di parole. “Queste sono le liste di nomi, signore” disse, “che hai chiesto di compilare per te agli abitanti della Contea degli Studenti”.
“Molto bene” disse il Giudice “ Leggerò alcune di queste parole a voce alta, e se qualcuno di voi, signori, pensa che non si tratti di sostantivi, si faccia avanti e lo dica”.

E cominciò a leggere: “Il giardino, la casa, il cielo, un libro, un uccello, una mosca…”, quando improvvisamente fu interrotto da un rumore di singhiozzi e pianti disperati. “Cosa sta succedendo?”, chiese. “Chi osa interrompere la corte?”

“E’questo piccolo, signore” disse l’avvocato Analisi, accompagnando attraverso l’aula un povero ragazzino, che portava come stemma un triangolino equilatero azzurro, e che si sfregava gli occhi coi pugni chiusi e piangeva sconsolato. “Dice di essere stato truffato, mio signore; che lui ha solo nove parole di sua proprietà in tutto il Paese di Grammatica, e che sono state usate su queste liste come se appartenessero al signor Sostantivo”. “Vieni qui” disse il Giudice. “Come ti chiami, signore?”

“Mi chiamo Articolo”, rispose. “Io ho soltanto nove piccole parole in tutto il Paese di Grammatica, che sono il, lo, la, i, gli, le, un, uno, una. Le presto volentieri al signor Sostantivo tutte le volte che me le chiede, ma, Signore, è molto dura”, e qui riprese a piangere, “sentirle leggere come le ha lette lei, signore, come se appartenessero al signor Sostantivo e non a me, quando lui è così ricco, ed io invece sono così povero”. “E’ vero, Analisi” chiese il Giudice, “che il signorino Articolo è sempre pronto ad aiutare il signor Sostantivo?”

“Assolutamente vero, signore” rispose l’avvocato Analisi. “Infatti spesso ho visto il signor Sostantivo camminare scortato dal piccolo Articolo, che gli corre sempre davanti, tanto che se vedi un il, lo, la, i, gli, le, un, uno, una, puoi star certo che il signor Sostantivo avrà una delle parole di sua proprietà nelle vicinanze. L’uso principale del piccolo Articolo è quello di indicare che sta per arrivare un sostantivo, e puoi essere certo che se puoi mettere il, lo, la, i, gli, le, un, uno, una davanti a una parola, quella parola è un nome, come un uccello, il cielo, ecc…”.

“E allo stesso modo, sta anche davanti ai nomi propri, signore?” chiese il Giudice di Grammatica al signor Sostantivo.

“No, signore”, rispose il signor Sostantivo, “il piccolo Articolo non mi è sempre utile, in qualsiasi momento, anche se lui ha la vecchia abitudine di venire con me ovunque io vada, e a me non dispiace affatto”.

“Bene” disse il Giudice di Grammatica, “Se tu devi tenerlo con te, cerca di averne la massima cura; e ti prego Analisi, amico mio, dì agli abitanti della Contea degli Studenti di trattarlo come un qualsiasi altro Signore delle Parti del Discorso, e di non mettere le nove parole che gli appartengono tra le parole del signor Sostantivo”.

“Certamente, signore” disse l’avvocato Analisi. Quindi il Giudice di Grammatica dichiarò: “Chiedo che ognuno di voi scriva venti nuovi nomi, e che ponga un articolo davanti ad ognuno di essi”.

E la corte si ritirò.

SCHEDA DIDATTICA

scheda didattica ARTICOLO

pdf qui: Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 2 – articolo 

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Il Paese di Grammatica, ovvero Grammatica divertente per gli abitanti della Contea degli Studenti

Capitolo III – Il signor Pronome

psicogrammatica Montessori pronome 8

Quando la corte si radunò la volta successiva, il Giudice lesse a voce alta tutti i nomi preceduti da articoli sulle liste, guardando il piccolo Articolo ad ogni il, lo, la, i, gli, le, un, uno, una che incontrava. Articolo non disse nulla, e nessun altro fece obiezioni a nessuna delle parole lette.

Il Giudice disse: “Signor Sostantivo e signor Articolo, poiché nessuno reclama come sue le parole che voi avete dichiarato essere vostre, io decido che esse da questo momento sono legalmente vostre. Ora, fatevi da parte, e lasciate che il signor Pronome si faccia avanti”.

A queste parole il signor Pronome apparve davanti al Giudice. Somigliava un po’ al signor Sostantivo, solo che lui era più magro ed aveva l’aspetto di una persona che svolgeva un lavoro duro. Il suo stemma era un triangolo isoscele viola.
“Il signor Pronome?” chiese l’avvocato Analisi, alzandosi in piedi per iniziare il suo interrogatorio.
Il signor Pronome fece un inchino.

“Perché ti chiamano Pronome, e quali parole sono di tua proprietà?”
“Mi chiamano  Pronome perché lavoro per il mio ricco vicino, il signor Sostantivo. “Pro” significa “al posto del”, perciò pronome significa “al posto del nome”. Le mie parole sono chiamate pronomi perché, appunto, stanno al posto del nome. Il signor Sostantivo, essendo molto ricco ma anche molto tirchio, non desidera che le sue parole siano usate in modo ripetitivo, dice che si logorano; così per togliergli questa preoccupazione io inserisco al loro posto una delle mie piccole parole, che lavorano altrettanto bene delle sue.”

“E tu non hai la preoccupazione che le tue parole si consumino?” chiese il Giudice.
“Oh, no, signore!” rispose il signor Pronome, “Io penso che le mie parole siano solide come i binari d’acciaio della ferrovia, che più vengono usati e più diventano lisci e lucidi; al contrario, quelli inutilizzati finiscono con l’arrugginire. Nessuna delle mie parole è mai arrugginita, signore, posso assicurarglielo”.

L’avvocato Analisi si ricorderà bene di quella volta che ha provato a dare un senso alla lettura del Dottor Faustus senza di me, e che razza di pasticcio ha combinato. Se vorrà gentilmente ripetere ora il suo esperimento, vedrete anche voi.”.

Così l’avvocato Analisi disse: “Il dottor Faustus era un buon uomo; il dottor Faustus riprendeva i suoi studenti di tanto in tanto e quando il dottor Faustus lo faceva, il dottor Faustus intimoriva tanto gli studenti, che gli studenti avrebbero corso dall’Inghilterra alla Francia…”

“Ecco!” disse il signor Pronome “Non lo trovate ridicolo? Invece, se usiamo le mie piccole parole egli e suo, senza ripetere dottor Faustus tanto spesso, e sostituiamo studenti con essi, suonerà molto meglio. Ascoltate. Prego, avvocato Analisi, ripeti il brano, ed io interverrò quando serve…”
Così l’avvocato Analisi disse: “Il dottor Faustus era un buon uomo”
“Egli riprendeva i suoi”, suggerì il signor Pronome.
“Egli riprendeva i suoi studenti di tanto in tanto, e quando…”
“egli” suggerì il signor Pronome
“e quando egli lo faceva,” continuò l’avvocato Analisi.
“egli li” disse Pronome.
“Egli li intimoriva tanto che” proseguì Analisi
“Essi”
“Essi” ripetè l’avvocato Analisi, “avrebbero corso dall’Inghilterra alla Francia”.

“Ah!” disse il Giudice, “Sì! Così è decisamente meglio. Le parole del signor Sostantivo non sono usate troppo spesso, e tutto il discorso appare migliore. Quindi egli e li sono pronomi, perché stanno al posto dei nomi. Ora raccontaci quali altre parole sono di tua proprietà, signor Pronome”

“Prima di tutto, signore, io ho le parole che vengono usate al posto dei nomi delle persone, quando queste stanno parlando di se stesse, come le parole io me mi, noi ce ci. Quando una persona sta parlando di se stessa, non usa il suo nome proprio, ma dice invece io o me. Ad eccezione, a dire il vero, dei bambini molto piccoli, che magari dicono “bambino vuole ancora”, oppure “Dai al bambino il latte”, ma le persone ragionevoli dicono “io ne vorrei ancora” oppure “dammi del latte”.

“Quindi io me mi, noi ce ci sono pronomi, usati al posto dei nomi dalle persone che parlano di se stesse. E’ così, signor Pronome?” domandò l’avvocato Analisi.
“Certo” rispose il signor Pronome. “ E le parole usate invece del nome delle persone che ci stanno ascoltando o leggendo sono tu, te, ti, voi ve vi. Quando sto parlando con te, avvocato Analisi, io dico “ti parlo” e non dico “Io parlo all’avvocato Analisi”.

“Giusto” rispose l’avvocato Analisi. “Quindi fin qui ci hai mostrato che io me mi, noi ce ci tu, te, ti, voi ve vi sono tutte parole di tua proprietà. Ne hai altre?”
“Certo, ne ho molte di più” rispose il signor Pronome. “Ho egli, lui, esso, lo, gli, si, ella, lei, essa, la, le,essi, esse, loro, li, che si usano al posto dei nomi delle persone o delle cose di cui si sta parlando. Facciamo questo esempio:
Tommaso ha portato Maria sul ghiaccio. Esso si ruppe e lei cadde dentro. Lui prese una corda e in un attimo la tirò di nuovo fuori. Se fossero caduti entrambi essi sarebbero annegati, si sa, e la gente avrebbe detto te l’avevo detto.
Esso sta al posto di ghiaccio, e lei sta al posto di Maria. Lui sta al posto di Tommaso, ed essi sta al posto di Tommaso e Maria insieme. Così potete vedere chiaramente che lui, lei, esso ed essi sono pronomi.”

“Nessuno potrebbe negarlo” disse l’avvocato Analisi. “Hai altre parole?”

“Oh, sì! Ci sono molte altre parole che servono a sostituire i nomi. Mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, o mia, tua, sua, nostra, vostra, o miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, o mie, tue, sue, nostre, vostre, sono tutti pronomi, usati per mostrare che qualcosa appartiene alla persona della quale non si vuole ripetere il nome. Così invece di dire gli studenti del dottor Faustus, diremo i suoi studenti”. E se sto parlando con te, signor Giudice, non dirò la parrucca del Giudice di Grammatica, ma dirò la tua parrucca”.

“Non abbiamo nessun bisogno di parlare della mia parrucca” disse il Giudice piuttosto stizzito “Pensi alle sue parole, e ci dica se ne ha altre”.

“Io ho anche le parole che, cui, il quale, i quali, la quale, le quali” disse il signor Pronome. “Ad esempio invece di dire: Io ho incontrato un uomo, l’uomo aveva un occhio solo, dirò: io ho incontrato un uomo che aveva un occhio solo. Così la mia piccola parola che, evita di ripetere la parola uomo, che appartiene al signor Sostantivo.”
“Capisco” disse il Giudice “Ora però lasciamo stare gli uomini con un occhio solo, per favore. Non hai altre parole tue, suppongo…”

“Ma certo che ne ho, signore. Questo, quello, questi, quelli, questa, quella, queste, quelle sono pronomi. Quando diciamo: Guarda questo possiamo riferirci a un’immagine, o ad una cifra, o a qualsiasi altra cosa indichiamo; e lo stesso quando diciamo: Prendi quello.”

“Signor Pronome” disse il Giudice, “a questo punto gli abitanti della Contea degli Studenti mi sembrano sfiniti da tutti i suoi discorsi ed i suoi esempi. Non vi chiederemo altro sulle vostre parole per oggi, perché suppongo che,  dopo tutte queste spiegazioni, per loro sarà facile riconoscerle”.

“Tutte le parole che sostituiscono i nomi mi appartengono” disse il signor Pronome; “ma non sono così facili da trovare, come lei suppone. Quelle che stanno al posto delle  persone, come Io, tu, lui, noi, voi, essi, può trovarle chiunque. Ma io vi ho parlato anche di molte altre parole, e se l’avvocato Analisi vuole scoprire il resto da solo…”
“Lo farà, signore” disse il Giudice, che cominciava a sentirsi stanco ed affamato, “Tu puoi andare. Ti chiederò soltanto di aiutare i nostri amici della Contea degli Studenti a comporre nel modo corretto queste frasi. Adesso appaiono molto strane da leggere, ma se i bambini verranno guidati nel modo giusto, credo che poi ci troveremo d’accordo, e dimostreremo che quello che hai detto delle parole che ti appartengono è vero”.
Il Giudice augurò quindi una buona giornata a tutti, ed uscì per il pranzo.

Queste sono le frasi da sistemare:
“C’era un uomo, l’uomo aveva un occhio solo, l’uomo uscì a vedere il cielo; l’uomo vide un albero con delle mele. L’uomo non prese le mele in alto, l’uomo non prese le mele in basso,  e lasciò le mele in alto, e lasciò le mele in basso.
Il piccolo Tobia aveva perso le pecore di Tobia e non sapeva più dove trovare le pecore. Lasciò le pecore sole finchè le pecore non tornarono a casa da sole, e prese le pecore per le code delle pecore dietro le pecore.
Matilde pulisce i suoi occhiali per vedere lontano. Matilde strofina gli occhi di Matilde che fanno prurito a Matilde. E così dopo venti volte che l’ha fatto Matilde rimette gli occhiali. E la nonna di Matilde spia Matilde.”

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 3 – Il pronome 

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Capitolo IV – La visita dell’avvocato Analisi alla Contea degli Studenti

L’avvocato Analisi fece una visita alla Contea degli Studenti.

“Miei giovani amici” disse con un tono di voce amabile, “Posso disturbarvi con un piccolo lavoro da fare per il Giudice di Grammatica? Ho qui un raccontino, e il Giudice chiede che voi gentilmente troviate quante parole del signor Sostantivo, quante parole del signor Pronome, e quante del signorino Articolo contiene. Il modo migliore per fare questo lavoro è prendere i vostri quaderni, e dividere una pagina in tre colonne: una per il signor Sostantivo, una per il signor Pronome ed una per il Signorino Articolo. Scrivete i loro nomi.”

I bambini obbedirono volentieri.

“Ora io leggerò il racconto, e se incontrerò un sostantivo, farete un segno nella colonna del signor Sostantivo; se leggerò un pronome, lo farete nella colonna del signor Pronome, e se leggerò un articolo, nella colonna del signor Articolo.Quando avrò terminato la lettura, conteremo i segni e vedremo quale colonna ha raccolto più segni”.

L’avvocato Analisi lesse quindi la seguente storiella:

“Alcuni marinai che lavoravano su una nave da guerra avevano una scimmia a bordo. La scimmia aveva spesso guardato gli uomini sparare col cannone, così un giorno, quando essi erano tutti a pranzo, pensò che anche a lei sarebbe piaciuto sparare. Prese un fiammifero, come aveva visto fare agli uomini, lo accese, lo mise nel foro apposito e guardò nella bocca del cannone, per vedere la palla uscire. La palla uscì, e ahimè, la povera piccola scimmia, cadde a terra morta”.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 4 – nome articolo pronome 

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Capitolo V – Il signor Aggettivo

psicogrammatica Montessori aggettivo 16

Il signore delle Parti del Discorso che fu convocato in seguito fu il signor Aggettivo, che aveva come stemma un triangolo equilatero blu.

“Miei giovani amici della Contea degli Studenti” disse l’avvocato Analisi “dovete proprio conoscere il signor Aggettivo. E’ il più gran chiacchierone e il più pettegolo che si sia mai visto nel Paese di Grammatica.”

Poi continuò rivolgendosi al Giudice di Grammatica: “Signore, sono sicuro che non ha mai, in tutta la sua vita, conosciuto qualcuno che sappia dire così tante cose su qualsiasi argomento, come il signor Aggettivo. Il signor Sostantivo non fa in tempo a dire una parola, che il signor Aggettivo è pronto a dire tutto su di lei, sia essa piccola o grande, blu o verde, buona o cattiva. Per esempio, se il signor Sostantivo nomina un gatto che sta entrando nella stanza, il signor Aggettivo sussurra che è un caro, dolce, morbido, caldo, piccolo animale. Succede poi che il signor Aggettivo sia causa di molti litigi nella Contea degli Studenti, ed anche in altri luoghi. Proprio ieri Lucia e Gaia hanno litigato perché Gaia ha strappato le braccia della bambola di Lucia.  Se il signor Aggettivo non avesse messo in testa  a Lucia di appellare Gaia cattiva e crudele, Gaia non avrebbe risposto che Lucia era antipatica e falsa. Lei molto probabilmente avrebbe detto: ‘Ti chiedo scusa, non l’ho fatto apposta’, ed ora sarebbero ancora amiche. Questo solo per dire quanti guai possono capitare per colpa di quel pettegolo e chiacchierone del signor Articolo!”.

“Caro avvocato Analisi” osservò il signor Aggettivo, “tu hai fatto un lungo discorso per dimostrare quanto io sia malizioso, però non hai detto anche quanto bene possono fare altre mie parole, quelle più amorevoli…”

“Oh, certo, mio caro signore” disse l’avvocato Analisi, cambiando immediatamente tono. “Quando qualcosa ti piace, sei un buon amico, e puoi dire meravigliose dolci parole. Ti ho sentito nella Contea degli Studenti, ad esempio, dire a Maria che la sua mamma è la sua cara, gentile, dolce mammina, che il fratellino è un prezioso, grazioso, piccolo tesoro, che Fido è un buon, fedele, vecchio cagnolino, e che la sua casa è un’oasi felice. Oh, sì!” continuò l’avvocato Analisi, “tu puoi chiamare le persone con nomi gentili così come puoi chiamarle con nomi sgradevoli. E’ vero.”.

“Io non chiamo le persone coi nomi” disse il signor Aggettivo, indignato. “Io le qualifico. Io potrei qualificare anche te, signor Analisi, e dire che tu sei un impertinente, burbero…”
“Impertinente sarai tu” lo interruppe il Giudice. “Abbiamo capito cosa intendi per qualificativo. Ma raccontaci, le tue parole si usano sempre dopo i nomi?”

“Oh, no, mio signore” rispose il signor Aggettivo. “Esse possono, quasi tutte, essere usate prima di un nome, ma sono spesso usate dopo, in questo modo: Il cielo blu, il sole  luminoso, le mie parole sincere, la neve bianca. Potremmo anche dire: Il blu cielo, il luminoso sole, le sincere parole, la bianca neve, ma non suonerebbero altrettanto bene. E quando un pronome sostituisce un nome, e le mie parole lo qualificano…”

“Oh, stai dicendo che tu puoi qualificare anche i pronomi, oltre ai nomi?” chiese l’avvocato Analisi.
“Sono obbligato a comportarmi con entrambi nello stesso modo” disse il signor Aggettivo, piuttosto imbronciato “Però non posso usare le mie parole davanti ad un pronome, come posso fare coi sostantivi. Ad esempio posso dire: io sono sincero, tu sei bugiardo, egli è simpatico, noi siamo forti. Ma non posso dire: sincero sono io, bugiardo tu sei, simpatico è lui, forti siamo noi.”

“Penso proprio di no” disse l’avvocato Analisi, ridendo.
“Quindi abbiamo capito che gli aggettivi sono usati per qualificare nomi e pronomi, e che essi possono essere usati prima o dopo i nomi, ma non prima dei pronomi”.
“Fin qui tutto giusto” disse il signor Aggettivo, “ma io posso fare altre cose, oltre a qualificare i sostantivi”
“E cosa puoi fare?”
“Posso dire quante sono le cose nominate dal sostantivo: uno, due, tre, quattro, e così via. E se una cosa è prima, seconda, terza, quarta, e così via. E se c’è qualche cosa, oppure ci sono molte cose, poche cose, oppure se non c’è qualcosa”.
“ E tutte queste parole sono aggettivi?”
“Sì” rispose il signor Aggettivo “tutte le parole che possono essere messe accanto al nome di una cosa o di più cose sono aggettivi”.
“Una cosa, le cose” rimarcò il piccolo signorino Articolo, guardando con un sorriso furbo il signor Aggettivo “Una e le sono entrambi articoli”.

“Gli articoli non contano, naturalmente” disse il signor Aggettivo, spazientito. “Ma ad eccezione degli articoli, non ci sono parole che si possano mettere accanto a un nome e che non siano aggettivi. Una bella cosa, una brutta cosa, una cattiva cosa, una buona cosa, una cosa verde, una cosa casalinga, una cosa utile, una cosa graziosa, una cosa amorevole; oppure una cosa, due cose, alcune cose, nessuna cosa; oppure questa cosa, quella cosa, queste cose, quelle cose”.

“Mi sembra un metodo semplice per riconoscere un aggettivo” disse il Giudice, “E spero che sia anche un metodo corretto”.
“Ma certo, signore” disse il signor Aggettivo con entusiasmo. “Guardi, posso fare qualche altro esempio: una piacevole, deliziosa, bella cosa. Una cosa infantile inutile sciocca…”

“Signor Giudice” disse a questo punto il signor Sostantivo, facendosi avanti e parlando con voce solenne, “Io accuso il signor Aggettivo di furto, e desidero che venga arrestato e condotto in prigione”.
“Ma certo!” disse il Giudice; “Ma prima devi provare la sua colpevolezza”.
“Signore, egli ha costantemente rubato le mie parole, e proprio ora le ha usate senza il mio permesso, davanti a tutta la corte: amore, grazia, bellezza, utilità, casa…”

“E’ sufficiente” disse il Giudice “io ho certamente sentito il signor Aggettivo usare alcune di queste parole. Critica!” chiamò la polizia, poiché questo era il nome che aveva nel Paese di Grammatica, “Prendetelo e tenetelo al sicuro, fino a quando la corte si riunirà di nuovo per giudicare se è colpevole o innocente di furto”.
Quindi, rivolgendosi agli abitanti della Contea degli Studenti, il Giudice continuò: “Amici miei, vi sarò molto riconoscente se vorrete esaminare la seguente storiella, e cancellare tutte le parole che appartengono al signor Aggettivo. Io non posso consentire che esse rimangano fianco a fianco con le altre parole, finchè non sarà dimostrata la sua innocenza”.

Il Giudice quindi si alzò, e il povero signor Aggettivo fu portato fuori dall’aula in manette.

Questa è la storiella che il Giudice diede agli abitanti della Contea degli Studenti:

“Tanto tanto tempo fa, viveva in un vecchio e grigio castello, una regina vedova, che aveva un solo figlio, un ragazzo bello e brillante. “Il mio buon marito è stato ucciso in una terribile battaglia” diceva la timida regina “e se il mio caro figliolo crescerà e diventerà un uomo forte e valoroso, temo che anche lui partirà per una guerra crudele, e anche lui verrà ucciso. Non dovrà imparare nulla della rude guerra, e crescere come una fanciulla qualunque.”. Così lei insegnò al ragazzo tutti i lavori femminili, come filare, tessere e ricamare, e vedeva crescere il ragazzo così semplice e pacifico, che pensò che di certo non avrebbe mai desiderato andare in guerra. Un giorno però arrivò ai cancelli del grande castello un nobile cavaliere in sella a un valoroso cavallo. “Vieni” gridò al giovane principe, “Vieni, seguimi. Sto andando a combattere contro i malvagi che opprimono i poveri e i deboli”. In un attimo, il generoso giovane ragazzo abbandonò il suo lavoro da ragazza, prese la spada ammaccata di suo padre, e saltò in sella dietro al nobile cavaliere. “Addio, mia cara madre!” gridò. “Non farò altri lavori delicati. Diventerò un uomo coraggioso, come mio padre, e andrò a vincere o morire per una giusta causa”. Così l’ingenua regina si rese conto che era stato inutile cercare di fare di un audace ragazzo una dolce fanciulla.”

SCHEDA DIDATTICA

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 5 – aggettivo 

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Capitolo VI – Il processo al signor Aggettivo

psicogrammatica Montessori aggettivo 16

C’era una grande eccitazione nell’aula il giorno seguente; e quando tutti si furono radunati davanti a lui, tutti ad eccezione del signor Aggettivo, il Giudice disse: “Portate il prigioniero!”.
Il povero signor Aggettivo entrò scortato ai due lati da due critici, e si fermò ammanettato davanti al Giudice.

L’avvocato Analisi si alzò in piedi e cominciò ad interrogarlo.
“Il tuo nome è Aggettivo?”, chiese.
“Sì”, rispose Aggettivo.
“E possiedi tutti gli aggettivi del Paese di Grammatica?”
“Sì”
“Cos’è un aggettivo?”
“Una parola che si usa per qualificare un sostantivo”.

“Cos’è un sostantivo?”
“Per favore, signore, c’è proprio bisogno che io risponda a questa domanda?” disse il signor Aggettivo.
“Certo” disse il Giudice.
“Non è giusto” disse Aggettivo; “i sostantivi non sono parole mie”.
“Ma tu devi sapere cos’è un sostantivo, se vuoi usare in modo corretto gli aggettivi”.
“Ma è chiaro che io so cos’è un sostantivo, è un nome, il nome di qualsiasi cosa”.
“Quindi sai la differenza tra un sostantivo ed un aggettivo?” chiese l’avvocato Analisi.
“Certo, un sostantivo è il nome di una cosa. Un aggettivo dice qualcosa a proposito del nome che è stato usato: se è grande o piccolo, o che colore ha, o quanto ce n’è, oppure se ce n’é poco o molto, e altre informazioni del genere”.

“Proprio così, ma puoi dire una volta per tutte, senza pensarci troppo, come si fa a stabilire se una parola è un sostantivo o un aggettivo?”
“Se tu puoi mettere un articolo davanti ad una parola, quella parola è un sostantivo” rispose Aggettivo, “ad esempio un uomo, il cane, e così via”.
“Quindi se io dico Piero il povero, la parola povero è un nome. E’ così?”
“No”, rispose prontamente Aggettivo: “Povero è una mia parola, penso, perché tu puoi dire povero ragazzo, o povero qualsiasi altra cosa. Piero il povero a dir la verità significa Piero la povera persona. Ma il signor Sostantivo è così avido e tirchio che quando pensa che una frase può essere compresa anche senza una sua parola, la toglie, e poi la gente dice che la parola è sottointesa. Io sono qui, un povero prigioniero, ingiustamente accusato di furto, e il signor Analisi sta cercando di farmi a pezzetti in tutti i modi che può”
“Non è così” replicò l’avvocato Analisi, “Io voglio solo essere certo che tu conosca chiaramente la differenza tra un sostantivo e un aggettivo”

“Ma io conosco la differenza, e molto chiaramente”.
“Bene, allora rispondi a questa domanda. Che cos’è la parola bellezza?”
“Bellezza?” ripetè Aggettivo, diventando tutto rosso, “Bellezza è un sostantivo”.
“Sì” disse l’avvocato Analisi; “E grazia e casa, e lavoro?” .
“Sono tutti sostantivi”, rispose Aggettivo, guardandolo sconsolato.

“Sì, ed ora un’altra domanda. Cos’è bello?” “Bello?” ripetè Aggettivo, diventando ancora più rosso, “Bello è un aggettivo”.
“Molto bene. Ora, signor Aggettivo” disse l’avvocato Analisi “dimmi gentilmente perché hai considerato bello un aggettivo”.
“L’ho considerato tale” rispose Aggettivo, con gli occhi fuori dalle orbite “perché quando un qualcosa è dotato di bellezza, è bello”
“Quindi hai usato la parola bellezza per creare la tua parola bello, anche se la parola bellezza è una parola che appartiene al signor Sostantivo” disse l’avvocato Analisi.
“Sì, l’ho usata” rispose Aggettivo, ad occhi bassi.

“Il che è uguale a dire che l’hai rubata. E’ assolutamente chiaro che l’hai rubata, e lo stesso hai fatto con grazia, casa, lavoro, e altre, per creare le tue parole grazioso, casalingo, laborioso e tutte le altre. Mio signore, io penso che non ci sia bisogno di aggiungere altro: il prigioniero stesso ha ammesso di aver preso queste parole; rimane soltanto da decidere che punizione infliggergli”.
Il Giudice lanciò uno sguardo molto severo sulla sala, e cominciò a dire: “Signor Aggettivo, sono molto dispiaciuto…”, quando l’avvocato Analisi lo interruppe, dicendo: “Ti prego, amico mio, aspetta prima di decidere. Vorrei guardare tutta la faccenda da un altro punto di vista. Posso chiamare il signor Sostantivo per porgli alcune domande?”
“Certamente” disse il Giudice, e il signor Sostantivo si fece avanti.

“Il signor Sostantivo?” chiese l’avvocato Analisi.
“Sì, signore”, disse il signor Sostantivo “tutti i sostantivi appartengono a me”.
“Sai riconoscere un nome quando lo vedi?”
“Naturalmente, io conosco le mie parole una ad una”. “E sai anche riconoscere un aggettivo?”
“Sì, un aggettivo è una parola che dice qualcosa in più su uno dei miei sostantivi”.
“Molto bene. Ora potrebbe dirci se felice è un nome?”
“Certo che no. E’ un aggettivo. Possiamo dire un ragazzo felice, una cosa felice”.

“Proprio così. Ora potrebbe dirci cos’è la parola felicità?”
“Felicità” ripetè il signor Sostantivo, arrossendo all’istante appena si rese conto di ciò che stava succedendo, “Felicità è un sostantivo, ed è una parola mia”.
“Oh!” disse l’avvocato Analisi, “E come l’hai avuta?”
“L’ho fatta io”
“E come?”
“Ho preso l’aggettivo felice e l’ho sistemata aggiungendo in fondo –tà
“Mmh…” disse l’avvocato Analisi. “ Non ti chiederò dove tu abbia trovato la parolina –tà, ma felice l’hai certamente presa tra le parole che appartengono al signor Aggettivo, quindi gliel’ha rubata”.
Il signor Sostantivo non sapeva cosa rispondere: abbassò gli occhi e diventò tutto rosso, sentendosi sempre più a disagio.

“Signore” disse l’avvocato Analisi al Giudice, “Non serve che io dica altro. Questo signor Sostantivo, che vorrebbe mettere in prigione il signor Aggettivo per furto, ha fatto a lui la stessa cosa di cui lo accusa. Felicità, delicatezza, dolcezza, e molte altre ancora sono sostantivi creati utilizzando degli aggettivi. Se il signor Sostantivo rinuncerà a tutte queste parole, non ho alcun dubbio che anche il signor Aggettivo rinuncerà alle sue parole bello, grazioso, casalingo e a tutti gli altri aggettivi che ha creato utilizzando dei sostantivi”.

“No, no!” disse il Giudice, “Non ci sarà nessuna rinuncia. Quando una parola è fatta, è fatta, e invece di arrabbiarsi con chi ha preso una parola al vicino per crearne una nuova, credo che bisognerebbe essergli molto grati. Critica, liberate il signor Aggettivo e toglietegli le manette. Signor Aggettivo, sono felice di sentire che sei così abile nel creare nuove parole, e ti concedo ufficialmente il pieno potere di farlo tutte le volte che puoi, prendendo parole in prestito sia dal signor Sostantivo, sia da qualsiasi altro Signore delle Parti del Discorso. Hai altre parole fatte in questo modo da illustrarci?”

“Signore,” disse il signor Aggettivo, che ora aveva le mani libere, e stava in piedi libero e fiero davanti al Giudice, “mio signore, ne ho tantissime!”

“Bene, continua così. E tu, signor Sostantivo, ti ricordo che dovrai sempre permettere al signor Aggettivo di prendere le tue parole quando te le chiederà, perché dovresti sapere che le parole nel Paese di Grammatica non sono come i soldi nel mondo reale. Lì, se qualcuno ti ruba una moneta, lui ce l’ha e tu non ce l’ha più; ma qui, nel Paese di Grammatica, quando qualcuno prende una sua parola per farne una nuova, lui diventa più ricco, ma tu non diventi più povero. Tu la parola bellezza ce l’hai ancora, anche se il signor Aggettivo ha in più la parola bello. E continuerai anche ad avere le parole signore, maschio, oro, anche se il signor Aggettivo avrà in più le parole signorile, maschile e dorato. Questo lo dovresti sapere bene, e non avresti dovuto accusare il signor Aggettivo di furto. Perciò, come punizione, stabilisco che tu invii nella Contea degli Studenti una lista di nomi che possono essere usati per creare nuovi aggettivi”.

Il Giudice lasciò l’aula, e questa è la lista che il signor Sostantivo inviò nella Contea degli Studenti: verità, signore, infanzia, sporcizia, fede, maschio, legno, amore, sonno, pericolo, virtù, seta, senso, oro, oriente, occidente, veleno, amicizia, fuoco, pulizia, campagna, sera, gioco.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 6 – nome e aggettivo 

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Capitolo VII – La lite tra il signor Aggettivo, il signor Pronome e il signor Interiezione

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E’ triste raccontare che la prima cosa che fece il signor Aggettivo, appena fu liberato, fu quella di litigare col signor Pronome.  Quando il Giudice entrò nell’aula il giorno seguente, li trovò entrambi molto agitati.
“E’ mio, ne sono certo!” diceva il signor Pronome.

“E io sono sicuro che è mio!” urlava il signor Aggettivo. “Chiedi al Giudice, se non è vero!”

“Certo che glielo chiederò!” disse il signor Pronome. “Signore”, continuò, facendosi avanti, “suo è una parola mia, e il signor Aggettivo me la vuole prendere, e quando gliel’ho detto, lui è stato zitto e mi ha ignorato”.
“ Io la penso diversamente” disse il signor Aggettivo “E sono stato zitto perché speravo che tu ti calmassi e che evitassi di fare tutto questo baccano in tribunale”.

“Se la parola fosse stata tua, avrei rinunciato molto volentieri a fare tutto questo baccano, ma non è così!” disse il signor Pronome.
“Certo che è mia” rispose il signor Aggettivo, arrabbiatissimo, “Te l’ho già detto!”
“Silenzio!” disse il Giudice con voce autorevole. “Analisi, amico mio, saresti così gentile da interrogare sia il signor Aggettivo sia il signor Pronome, in modo che possiamo capire la causa di questo litigio, e sentire cosa ognuno ha da dire a proposito?”.

“Certo, signore” rispose l’avvocato Analisi. “Aggettivo, quali sono le parole che rivendichi?”
Mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, e mia, tua, sua, nostra, vostra, e miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, e mie, tue, sue, nostre e vostre!” rispose Aggettivo.

“Bene, signor Pronome, raccontaci perché pensi che queste parole siano di tua proprietà, invece”.
“Niente di più facile” rispose Pronome, rivolgendosi direttamente al Giudice. “Queste parole servono a sostituire dei sostantivi, e quindi non possono essere altro che pronomi. Quando tu dici “Il mio pollice”, signore, questo significa “Il pollice del Giudice di Grammatica”, così la parola ‘mio’ sta al posto del nome ‘Giudice di Grammatica’. E quando tu dici “Il piccolo Piero ha perso le sue pecore” questa frase significa “Piero ha perso le sue pecore”, quindi ‘sue’ sta al posto di ‘Piero’. Così mio e sue sono chiaramente pronomi; e anche tuo, suo, nostro, vostro e loro, e via di seguito. Tutte queste parole vengono usate nello stesso modo, e quindi devono essere anch’esse dei pronomi”.

“Mi pare che possa essere così” disse il Giudice. “Cos’ha da dire il signor Aggettivo?”
“Vi dico, signore” replicò il signor Aggettivo, “che un aggettivo è una parola che può essere usata soltanto vicina ad un nome, prima o dopo un nome, e che serve a dire qualcosa sulla cosa che il nome indica. Fa eccezione a questo solo l’articolo. Ad esempio possiamo ricordare: ‘una buona cosa, una cosa cattiva, una cosa grande, una cosa piccola’, e così via. Bene, io sono sicuro che possiamo dire ‘la mia cosa, la tua cosa, la sua cosa, la nostra cosa e la loro cosa’ allo stesso modo. Perciò ‘io, tuo, suo, nostro, vostro’, dovrebbero essere considerati aggettivi.”

“Mmh…” disse il Giudice “Hai fatto molto bene a dire dovrebbero, perché il signor Pronome dice invece che dovrebbero essere pronomi. Ci sono altre parole, signor Pronome, che il signor Aggettivo pure considera sue?”
“Signore” rispose Pronome “lui reclama tutte le mie parole che possono essere usate vicino ad un nome: questo, quello, questi, quelli, per esempio”.
Certo che sì” disse Aggettivo; “perché quando diciamo ‘questo uccello, quel cavallo, questo coniglio, quelle persone’ le parole questo, quello, quelle sono chiaramente usate con un nome, ma non stanno al posto di un nome”.

“Ah!” disse Pronome, “Ma quando noi diciamo ‘guarda questo, oppure prendi quello, o posso avere quelli’, allora le stesse parole questo, quello, quelli non sono usate con un nome, ma chiaramente stanno al posto di un sostantivo, e perciò sono pronomi”.
“Pare anche a me” disse il Giudice, “ e direi che queste parole a volte sembrano aggettivi, e a volte sembrano pronomi”.

“Ma è proprio quello che dico io, signor Giudice” disse il signor Aggettivo, “ E se vorrai  seguirmi nel mio ragionamento, io  penso di conoscere il modo per mettere pace tra me e il signor Pronome. Permettimi di chiamare queste parole ‘aggettivi pronominali’, e concedici di poterli usare insieme. Quando verranno usati da soli, non vicini ad un nome, il signor Pronome potrà averli tutti per sé e li chiameremo pronomi; ma quando essi verranno usati come aggettivi, accanto ad un nome, allora li chiameremo aggettivi pronominali”.
“Mi sembra una soluzione equa” disse il Giudice, “ e sicuramente la seguirò. Signor Pronome, se vuoi essere così gentile da darci una lista delle tue parole, il signor Aggettivo ci indicherà quelle che possono essere usate come aggettivo pronominale”.
Così il signor Pronome incominciò: “Io, tu, egli, lui, esso, ella, lei, essa, noi, voi, essi, esse, loro. Poi mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro; mia, tua, sua, nostra, vostra; miei, tuoi, suoi, nostri, vostri; mie, tue, sue, nostre, vostre, loro…”

“Allora…” disse il signor Aggettivo, “mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro; mia, tua, sua, nostra, vostra; miei, tuoi, suoi, nostri, vostri; mie, tue, sue, nostre, vostre, possono essere usati anche accanto ad un sostantivo, quindi come aggettivi pronominali”.

Me, mi, te, ti, lo, gli, si, la, le, ci, vi, li” disse il signor Pronome, scuotendo lievemente la testa, “questi, naturalmente, sono tutti miei, signor Aggettivo”.
“Continua ad elencare le parole di tua proprietà, signor Pronome” disse il Giudice seccamente, “senza aggiungere altro”.

Questo, quello, questi, quelli, questa, queste, quella, quelle” continuò il signor Pronome.
“Sono tutti aggettivi pronominali” disse il signor Aggettivo, “come ho già dimostrato”.

Alcuno, ciascuno, nessuno, tanto, poco, troppo, parecchio, molto, tutto, altro, certo, vario, tale, taluno, diverso, qualcuno, qualcuna, ognuno, ognuna, chiunque, uno, una, qualcosa, niente, nulla, alcunché” continuò il signor Pronome.

“Fermati” disse il Giudice, “Non abbiamo ancora incontrato queste parole prima. Potresti farci qualche esempio per dimostrare che  si tratta davvero di pronomi?”
Il signor Pronome rispose: “Oggi due passeri hanno litigato tra loro. Ognuno voleva portarsi via un verme. Uno cominciò a tirarlo, così fece anche l’altro. Nessuno voleva darla vinta all’amico. Piuttosto avrebbero rinunciato entrambi. Ma mentre loro litigavano arrivò un tordo, prese il verme e volò via”.
“Come vede, signore” continuò il signor Pronome, “le parole ‘ognuno, uno, altro, nessuno, entrambi’ sono usate per sostituire la parola passero, e siccome passero è un sostantivo, queste parole sono dei pronomi”.
“Ma a volte sono aggettivi pronominali” sottolineò il signor Aggettivo, “perché ad esempio possiamo dire ‘ogni ragazzo’, ‘l’altra parte’, e così via”.

“E’ vero” disse il Giudice. “Hai altre parole da aggiungere alla lista, signor Pronome?”
Che, cui, quale” disse il signor Pronome “Infatti possiamo dire ‘qui c’è un uomo che beve l’acqua’, ‘qui ci sono due mele: quale scegli?’, ‘Io so cosa vuoi’. La parola ‘che’ sta al posto di ‘uomo’, perché potrei anche dire: ‘qui c’è un uomo, l’uomo beve l’acqua’. La parola ‘quale’ sta al posto di una delle mele, e la parola ‘cosa’ sta al posto della cosa che si desidera”.

“Sì” disse l’avvocato Analisi. “Ma se le parole ‘chi’ e ‘quale’ sono usate per fare una domanda, come ‘Chi è?’ o ‘Qual è?’ , quali sostantivi sostituiscono?”
“Se rispondi alle domande, e mi dici chi era la persona e qual era la cosa delle quali hai domandato, allora potrò dirti quali sostantivi sostituivano nelle domande. Ma se non rispondi alle domande in questione, io naturalmente non posso dirti al posto di quali sostantivi stanno i miei due pronomi. Io non posso dire quali nomi le mie parole sostituiscano in questo caso, però posso dire che stanno al posto di qualcosa, quindi sono comunque dei pronomi”.

Quale e che a volte si usano anche prima dei sostantivi” affermò il signor Aggettivo:” Se io dico: ‘Quale strada stai percorrendo?’, ‘Che libro è questo?’ allora si tratta di aggettivi pronominali”.
“Ad ogni modo” disse il signor Pronome altezzoso “la parola ‘chi’ è solo mia, perché non si può dire ‘chi strada’, ‘chi libro’, ‘chi uomo’ o cose simili”.

“Ah! Ah! Ah! Eh! Eh! Eh! Hi! Hi! Hi!” gridò una voce in fondo all’aula, “Il vecchio Aggettivo è stato battuto! Evviva!”
Tutti si voltarono per vedere chi stava parlando.
“E’ il signor Interiezione” disse l’avvocato Analisi, irritato per l’interruzione.

“Critica!” ordinò immediatamente il Giudice, “prendete quel signore e portatelo qui!”

Ma fu più facile dirlo che farlo, perché quel piccoletto del Signor Interiezione era un giovane svelto e agile. Egli schivò tutte le altre Parti del Discorso: un attimo era qui, e un attimo dopo era lì, finchè alla fine la Critica riuscì a prenderlo. Era uno strano piccolo ometto, difficile da descrivere.

Il suo stemma era uno strano simbolo dorato formato da un piccolo cerchio posto sopra un triangolo isoscele.
Il piccoletto un attimo prima piangeva amaramente, e un attimo dopo si piegava in due dalle risate; quando poi tornavi a guardarlo strillava per la paura, e un minuto dopo scoppiava di gioia.
Gli piaceva tantissimo camminare sulle mani, a testa in giù, e la gente diceva che è per questo motivo che mettiamo il punto esclamativo (!) dopo le parole di sua proprietà, e anche lo stemma, infatti, ricorda la forma del punto esclamativo.

“Interiezione!” disse il Giudice seccamente, “Tu sei l’ultimo tra i Signori delle Parti del Discorso che avevo intenzione di chiamare, nella mia lista, e non avevi nessun motivo per intrometterti nella discussione di oggi. Non voglio sentire la tua voce, finchè non sarà il tuo turno!”

“Ahimè! Ahimè!” strillò allora il signor Interiezione, piagnucolando e torcendosi le mani “Il signor Avvocato dice che sono solo un piccolo impiccione che si getta in mezzo (questo infatti significa il mio nome interiezione, ‘gettare in mezzo’)per esprimere sorpresa o paura, gioia o tristezza. Quando la gente non sa cosa dire, dice una delle mie parole, anche il signor Analisi…”.
E strillava, cambiando tono, e cercando di divincolarsi dai Critici che lo trattenevano.

“Via! Via!” gridava, e intanto riuscì a liberarsi e balzare verso la porta, e prima che essi riuscissero a riacciuffarlo, era ormai lontano. Poterono soltanto sentire il suo “Ah! Ah! Ah!” provenire ormai da chissà dove.
L’avvocato Analisi si rivolse allora agli abitanti della Contea degli Studenti, e chiese loro di disegnare sui loro quaderni delle caselle: una per il signor Sostantivo, una per il signor Pronome, una per il signor Aggettivo, una per il signorino Articolo e una per il signor Interiezione; e mentre leggeva a voce alta, li incaricò di fare una croce nella casella apposita ogni volta che sentivano nominare una di esse, senza farsi confondere dagli aggettivi pronominali.

“Al termine del lavoro” aggiunse, “conterete le crocette segnate per ogni Signore delle Parti del Discorso. Sarà proclamato vincitore, il signore che avrà ottenuto più crocette”.

Questo è ciò che lesse l’avvocato Analisi al bambini:

“Ahimè! Ahimè! Che ragazzo monello!” disse la mamma di Antonio, mentre aspettava che rientrasse da scuola. “Sarà andato a giocare con gli altri ragazzi al grande stagno, e ci sarà sicuramente caduto dentro, perché i ragazzi sono sempre sicuri di conoscere il ghiaccio, e invece è troppo sottile per reggere il loro peso! Oh! Mio povero, caro ragazzo! Cosa posso fare? Se è caduto nell’acqua scura e fredda, è sicuramente annegato. Caro il mio Antonio! Ah! Perché non torna a casa? Se avessi qualcuno da mandare a cercarlo…” Ma ecco il ragazzo arrivare, con le mani piene di arance. “Oh! Ragazzo monello! Ti meriteresti una bella sgridata! Mi sono spaventata, qui ad aspettarti, mentre tu stavi comprando le arance! Antonio, sei un ragazzo monello e sbadato! Dammi un bacio, piccola canaglia. Non farmi più prendere uno spavento del genere, e ora vieni a vedere che bella torta ho preparato per te!”

SCHEDA DIDATTICA

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 7 – aggettivo pronome interiezione nome articolo

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Il Paese di Grammatica, ovvero Grammatica divertente per gli abitanti della Contea degli Studenti

Capitolo VIII – Il dottor Verbo

psicogrammatica Montessori verbo 5

La Parte del Discorso che venne chiamata in seguito dal Giudice di Grammatica, a dar conto di sé, fu il dottor Verbo. Egli si avvicinò alla giuria dandosi arie di grande importanza. Il suo stemma era un cerchio rosso.

“Signore, il mio nome è Verbo.Mi chiamano così perché verbo significa parola, e il verbo è la parola più importante in ogni frase”.
“La parola più importante!” strillò il signor Sostantivo, interrompendolo. “Ma lo sente, signore! La parola più importante di ogni frase! E perché, dottor Verbo? Sai bene che tu non può dare il nome ad una sola cosa senza di me, perché i nomi sono sostantivi, ed appartengono a me. Perché il verbo è la parola più importante, se io ho il nome di ogni cosa?”
“Io lo so” rispose il dottor Verbo “ So molto bene che quando le persone vogliono nominare una cosa devono usare un sostantivo. Ma secondo te, quando si nomina semplicemente una cosa, questo nominare è una frase? No, niente di tutto questo. Per fare una frase bisogna dire qualcosa della cosa che viene nominata; bisogna dire se è, o ha, o fa qualcosa, come quando diciamo: ‘Il ghiaccio è freddo”, ‘Il gatto ha la coda’, ‘Gli uccelli cantano’. ‘E’, ha, canta’ sono verbi, come lo sono tutte le parole che indicano essere, avere o fare, e senza di loro non è possibile comporre una frase”.

“Questo è quello che pensi tu, dottor Verbo” disse il Giudice, “ma mi piacerebbe che ce lo provassi. Analisi, amico mio, convoca presso di noi alcuni altri signori delle Parti del Discorso, e chiedi loro di provare a formulare una frase senza il dottor Verbo”.
“Va bene, signore” rispose l’avvocato Analisi.
“Sostantivo, Aggettivo e Articolo, avvicinatevi e datemi una delle vostre parole”.
“Sole” disse il signor Sostantivo.
“Luminoso” disse il signor Aggettivo.
“Il” disse il signorino Articolo.

“Molto bene” proseguì l’avvocato Analisi, “adesso le metterò insieme; ‘sole luminoso il’, ‘il luminoso sole’, ’sole il luminoso’, ‘il sole luminoso’: non sembra che si riesca a fare una frase vera e propria, signor Giudice, in nessun modo”.
“Certo che no” disse il dottor Verbo; “Perché quando dici ‘il sole luminoso’ che è la migliore combinazione tra quelle provate, comunque non hai formulato una frase, perché quello che hai detto non racconta se il sole luminoso sta splendendo o non sta splendendo, ad esempio.Anche ‘il luminoso sole’ non ha senso, ma se diciamo ‘il sole è luminoso’ diciamo qualcosa del sole, e abbiamo formulato una frase completa”.

“E’ meglio chiedere al signor Sostantivo di provare con un’altra parola, signor avvocato” disse il Giudice di Grammatica.
L’avvocato Analisi si rivolse al signor Sostantivo e gli chiese una nuova parola.
“Ippopotamo” rispose il signor Sostantivo.
Il signor Aggettivo disse ‘grasso’ e il signorino Articolo aggiunse ‘un’.
“Ora proviamo a metterli insieme” disse l’avvocato Analisi, “Vediamo: ‘Ippopotamo grasso un’, ‘un  grasso ippopotamo’, ‘un ippopotamo grasso’. Ehm! Non suonano affatto bene”.
“Un grasso ippopotamo non suona male, “ disse il signor Sostantivo.
“No certo” rispose il dottor Verbo. “Puoi nominare un grasso ippopotamo, se vuoi, o qualsiasi altro animale, ma senza dire qualcosa su di lui, non hai formulato una frase. Devi dire quello che è, ha o fa, se vuoi ottenere una frase; ad esempio ‘Un grasso ippopotamo è qui’, oppure ‘un ippopotamo è un animale col corpo grasso’, oppure ‘un grasso ippopotamo mi sta divorando’ oppure ‘sta nuotando’ o qualcosa del genere”.

“Come facciamo a stabilire se una parola è un verbo?” chiese l’avvocato Analisi.
“E’ sicuramente un verbo se è una parola che ha a che fare con un’azione, e se termina con –are, -ere, oppure –ire: essere, avere, fare, mangiare, bere, nuotare, volare, parlare, pensare, correre, ballare, giocare, cantare, dormire, piangere, chiamare, cadere” e il dottor Verbo si interruppe perché era rimasto senza fiato.
“Sembra molto facile” disse l’avvocato Analisi. “Ma non mi sembra molto corretto, perché tu prima hai detto che ‘è, ha, fa, dico’, sono verbi, ma non terminano affatto con –are, -ere, –ire”.

“Ma certo” rispose il dottor Verbo “Non funziona così. Il verbo ‘è’ fa parte del verbo essere, invece ‘ha’ è parte del verbo avere, e il verbo ‘fa’ è parte del verbo fare, e il verbo ‘dico’ fa parte del verbo dire, che infatti terminano con –are, -ere, –ire”.
“Dici che ‘è’ fa parte del verbo essere?” disse l’avvocato Analisi.“Cosa significa? Non mi pare proprio che le due parole abbiano qualcosa in comune!”
“Vero, eppure esprimono lo stesso genere di cosa. Se qualcuno che sta imparando la nostra lingua dice ‘lui essere un tipo coraggioso’, quello che dice, pur sbagliando, significa che ‘lui è un tipo coraggioso’; oppure mettiamo che dica ‘io essere molto stanco’, si capisce che vuole dire ‘io sono molto stanco’. ‘Sono’ ed ‘è’ vengono usate nel rispetto delle leggi del Paese di Grammatica al posto di ‘essere’, ma entrambe esprimono qualcosa dell’ ‘essere’, quindi fanno parte del verbo essere. Allo stesso modo ‘ha’ fa parte del verbo ‘avere’, ‘mangio’ fa parte del verbo ‘mangiare’, e ‘nuotano’ fa parte del verbo ‘nuotare’ “.

“Ti esprimi in modo molto sapiente, oserei dire” disse l’avvocato Analisi, “ma saresti così gentile da dirci, dottor Verbo, come facciamo noi ad indovinare che ‘sono’ o qualsiasi altra parola che non assomiglia per nulla alla parola ‘essere’, fa parte del verbo essere?”
“Non è possibile indovinarlo, è chiaro” osservò acutamente il dottor Verbo, “Non ho mai detto che si possono indovinare. Dovete usare la vostra intelligenza, per capire se le mie parole hanno un determinato significato. O se preferite, dovete imparare la canzone che il signor Pronome ha preparato con me, per imparare tutti in una volta i diversi modi che ha un verbo di apparire nella frase”.

“Una canzone?” chiese sorpreso il Giudice di Grammatica, “Non so di che cosa tu stia parlando, dottor Verbo, ma ad ogni modo, faccela ascoltare”.
“ Se non mi interromperete, signore, dirò i primi tre versi” rispose il dottor Verbo.
“Non la interromperemo” rispose il Giudice.

Il dottor Verbo recitò:
“Tempo presente: io sono, tu sei, egli è, noi siamo, voi siete, essi sono.
Tempo imperfetto: io ero, tu eri, egli era, noi eravamo, voi eravate, essi erano.
Tempo futuro semplice: io sarò, tu sarai, egli sarà, noi saremo, voi sarete, essi saranno”.

Quando ebbe finito, tutti si misero a ridere. “E questa la chiami canzone, dottor Verbo?” disse il Giudice.
“Il dottor Sintassi, qui presente, la chiama ‘coniugazione’, se non sbaglio” disse il dottor Verbo, “ma io penso che canzone sia un termine più simpatico e semplice”.
“Ma non è per nulla una canzone” disse il Giudice, che stava per mettersi di nuovo a ridere, “Non c’è nessuna melodia, nessuna rima”.

“E’ il meglio che il signor Pronome ed io siamo riusciti a fare fino ad ora” disse il dottor Verbo offeso, “Ma una rima la possiamo sempre trovare, con l’aiuto delle altre parti del discorso. Ascoltate:

“Strano e gratuito come ogni dono
eccomi qui: io sono.
Solo da solo io non ci sarei
eccoti qui: tu sei.
Si apre lo spazio che c’è fra me e te
eccolo, eccola: lui è e lei è.
Altri che vengono, se io li chiamo
eccoci: ora noi siamo.
Nodi diversi di una sola rete
eccovi tutti, voi siete.
Ma l’orizzonte è sempre più in fondo:
essi sono, con me,  il mondo”. (adattata dalla “Filastrocca del verbo esserci”, di Bruno Tognolini)

“Va bene, va bene” lo interruppe il Giudice; “Per oggi non voglio sentire altro. Un altro giorno vorrei sapere cosa significano le espressioni ‘tempo presente’, ‘tempo imperfetto’ , ‘tempo futuro semplice’, perché ci sono sei parole per ognuna di esse, e se ci sono altri verbi che possono essere coniugati nello stesso modo”.

“Posso rispondere ad ognuna di queste domande, signore” disse il dottor Verbo “infatti non tutti i verbi cambiano tanto come il verbo essere, ce ne sono altri molto più facili da coniugare. Ad esempio io corro, tu corri, egli corre, noi corriamo, voi correte, essi corrono; io vivo, tu vivi, egli vive, noi viviamo, voi vivete, essi vivono”

“E’ abbastanza per oggi, dottor Verbo, grazie.” lo interruppe nuovamente il Giudice “Ascolteremo il resto la prossima volta. Nel frattempo, vorrei chiedere ai miei amici della Contea degli Studenti di copiare sui loro quaderni questo brano e di trascrivere poi tutti i verbi che trovano in esso:

“Sedete a fare i compiti” dice il papà ai suoi tre figlioli. “Senza giocare, né scherzare, né ridere, né parlare. E quando avrete letto bene i vostri libri, andremo tutti a fare una bella passeggiata”. Il papà lascia la stanza, e i ragazzi restano seduti, seriamente piegati sui loro compiti. Ma al più giovane, il piccolo Giulio, viene in mente un pensiero e si mette a gridare: “Ho perso la mia palla! Uno di voi due l’ha vista?”. “Pensa al tuo libro, e non alla palla” gli risponde il giovane Antonio. “Con le tue chiacchiere disturbi tutti noi”.

E tutti lasciarono l’aula.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 8 – VERBO

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Capitolo IX – Tempi, numeri e persone del dottor Verbo

psicogrammatica Montessori verbo 5

“Ora, dottor Verbo” disse il Giudice di Grammatica, il giorno seguente, “noi abbiamo esaminato attentamente quelle che tu chiami canzone del verbo essere”.
“Coniugazione, signor Giudice, se preferisci” disse il dottor verbo, inchinandosi.
“Certo” rispose il Giudice, “coniugazione è una parola decisamente migliore, e più adatta al Paese di Grammatica. Ora ti chiediamo di illustrarci questa coniugazione, dunque”.

“Con piacere, signore. Come vede, è divisa in tre versi”.
“Versi!” esclamò l’avvocato Analisi “Ma se abbiamo appena detto che non si tratta di una canzone!”
“Calma, calma” disse il dottor Verbo, inchinandosi di nuovo. “Allora diciamo che la coniugazione si divide in tre tempi principali, che si riferiscono al presente, al passato e al futuro. Quando stai leggendo un libro, ad esempio, la parte che hai già letto è il passato, la parte che devi ancora leggere è il futuro, e la parte che stai leggendo ora è il presente.

“Capisco” disse il Giudice di Grammatica; “ma ti  prego di spiegarci perché dividi i suoi verbi in queste tre parti”.
“Per mostrare come i miei verbi cambiano quando si riferiscono al presente, o al passato, o al futuro. Come puoi vedere, il verbo essere diventa ‘sono’ al presente, ‘ero’ al passato e ‘sarò’ al futuro. Io parlo con te nel presente,  Io parlavo con te nel passato. Io parlerò con te in futuro”.
“Spero proprio di no!” disse il Giudice, tappandosi le orecchie con le mani. “Mi auguro di non dover parlare con te per sempre! Ho già sentito la tua voce abbastanza. Fai un passo indietro, e permetti ora al signor Pronome di prendere il tuo posto, e che sia lui a continuare a spiegarci questa faccenda della coniugazione”

“Mi permetta di aggiungere una cosa soltanto” disse il dottor Verbo. “Ti prego, signor Analisi, di non dimenticare che se  incontri uno “sto” o “sarò” o qualsiasi altro piccolo verbo messo lì per mostrare il tempo di un’azione, quel verbo è solo un piccolo verbo ausiliare, usato per comporre il tempo di un altro verbo, e quindi ricordati di contarlo insieme ad esso, e non da solo”.
“Facci un esempio” disse l’avvocato Analisi, “non ho capito molto di questo discorso”.
“Voglio dire che quando incontri, ad esempio, ‘io sto andando’, devi considerare ‘sto’ e ‘andando’ come parti del verbo ‘andare’, e lo stesso se incontri ‘io ero venuto’, io stavo mangiando’, ‘io avevo dormito’, eccetera. Le prime parole, sto, ero, stavo, avevo, sono naturalmente delle rispettabilissime parole che hanno un loro significato anche da sole, ma quando sono usate con un altro verbo, non si offendono ad essere considerate come parte dell’altro verbo”.
“Grazie, me ne ricorderò” rispose ridacchiando l’avvocato Analisi. “Ora però ti prego di farti indietro, e di permettere al signor Pronome di rispondere alle mie domande.”

“Signor Pronome, vorresti dirci perché usi queste sei particolari parole ‘io, tu, egli, noi, voi, essi’ per aiutare il dottor Verbo a formare i suoi tempi?”
“Uso le parole io e noi” rispose il signor Pronome “per la prima persona; tu e voi per la seconda persona; ed egli ed essi per la terza persona”.

“Cosa significa per la prima persona?” chiese l’avvocato Analisi.
“Signore” rispose il signor Pronome, rivolgendosi al Giudice di Grammatica, “Posso chiederti chi è la prima persona del Paese di Grammatica?”
“Sono io!” rispose il Giudice.
“Questo è ciò che risponderebbe ogni altro amico a cui lo chiedessi”, disse il signor Pronome. “Se io chiedessi al dottor Verbo: ‘Chi è il Signor Verbo?’ lui rispondebbe “Sono io!”.

“E chi è la seconda persona?” chiese il Giudice.
“Sei tu, signore” rispose il signor Pronome con un inchino.
“Ma se mi hai appena detto che io sono la prima persona!” disse il Giudice.
“Si, signore” rispose il signor Pronome, portandosi una mano al petto; “Io prima, e tu seconda”
“Ma dovrebbe essere io prima, e tu seconda” disse il Giudice arrabbiato.
“E’ esattamente quello che ho detto, signore” ripetè il signor Pronome. “Io prima, e tu seconda”.

Il Giudice stava proprio perdendo la pazienza, e al signor Pronome cominciarono a tremare le mani, quando improvvisamente il dottor Sintassi si alzò in piedi e disse: “la prima persona è sempre la persona che sta parlando, e la seconda persona è sempre quella a cui si sta parlando. Ognuno di noi, in quest’aula, può dire ‘io sono la prima persona’, e ognuno di noi ha ragione, e siamo tutti soddisfatti”.

“Io sono la prima persona, noi siamo la prima persona”, gridarono tutti “ e tu, tu, tu, voi, voi, voi siete la seconda”
Il rumore era tremendo, e il Giudice, trovandosi solo contro tutti, pensò forse meglio assecondarli, battè forte le mani per chiedere di fare un po’ di silenzio, e disse: “Ma se noi siamo tutti prime e seconde persone, dove sono le terze persone?”
“Oh, le terze persone” disse il signor Pronome, “sono quelle di cui parliamo. Possono non essere qui, quindi a lui o a loro può non importare di essere chiamati soltanto terze persone”.

“E a cosa servono le vostre tre persone nei tempi del signor Verbo?” chiese l’avvocato Analisi.
“Il dottor Verbo ed io possiamo insieme alterare le nostre parole in accordo con la persona che esse rappresentano” disse il signor Pronome.
“Quando il mio pronome è alla prima persona, anche il dottor Verbo deve mettere il suo verbo alla prima persona, Quando io dico ‘io’ lui deve dire ‘sono’, e quando io dico ‘noi’ lui deve dire ‘siamo’. ‘Io è’ oppure ‘noi sono’ farebbero arrabbiare tantissimo il dottor Sintassi”.
“E ne avrebbe tutte le ragioni” disse il Giudice.
“Oh, non mi sto certo lamentando” disse il signor Pronome. “Naturalmente sono certo che il dottor Verbo sappia accordare perfettamente i suoi verbi alle mie persone. I miei pronomi mostrano la persona (infatti queste mie parole si chiamano pronomi personali) e il dottor Verbo non fa altro che accordare le sue parole con esse”.

“Molto bene” disse l’avvocato Analisi. “Ma dicci un po’, signor Pronome, perché, quando ci sono solo tre differenti persone, dovremmo avere sei diversi pronomi per ogni tempo del verbo?”.
“Tre di essi sono per il numero singolare, stando al posto di uno soltanto: io, tu, egli” rispose il signor Pronome, “e le altre tre sono per il numero plurale, stando al posto di più elementi insieme: noi, voi, essi”.
“Il numero singolare è solo uno, io, tu egli; il numero plurale è più di uno: noi, voi, essi. E’ così, signor Pronome?” chiese l’avvocato Analisi.
“Sì, signore” rispose il signor Pronome “è esatto. Non avrei potuto spiegarlo meglio. E il verbo deve avere lo stesso numero del pronome”.
“Vuoi dire che quando il pronome sta per una sola cosa o persona, anche il verbo che viene dopo deve essere di numero singolare, è così?” chiese l’avvocato Analisi.
“Proprio così, signor Analisi”, disse il signor Pronome, contentissimo; “Il verbo concorda con il pronome nel numero e nella persona. Se il mio pronome sta per uno solo, lui ed il verbo sono detti di numero singolare, ma se il mio pronome sta per più di una cosa, allora il verbo si dice essere di numero plurale. Vedo che hai capito perfettamente, signor Analisi, e sono certo saprai vedere come il verbo concorda sempre con me nel numero e nella persona. Questa è la ragione per cui i verbi seguono una coniugazione. Per ogni tempo del verbo ci sono una prima, seconda e terza persona di numero singolare, e una prima, seconda, terza persona di numero plurale. E il verbo si altera in ogni tempo accordandosi al pronome”.

“Ma a volte mi altero di più e a volte di meno” si intrufolò nel discorso il dottor Verbo, e cominciò a coniugare i suoi verbi.
“Cosa stai facendo, cosa stai facendo, dottor Verbo?” urlò il Giudice. “Abbiamo detto che tu hai già parlato nel tempo passato, che non vogliamo che parli nel tempo presente, e se capiterà che te chiederemo nel tempo futuro, te lo faremo sapere. Invece di parlare a sproposito, faresti meglio ad andare nella Contea degli Studenti, ed aiutare gli abitanti di laggiù a coniugare al presente, passato e futuro alcuni dei verbi che abbiamo già nominato: avere, vivere, cantare, dormire. E mostra loro come si alterano le parole, non solo in base ai differenti tempi, ma anche concordando col signor Pronome nel numero e nella persona”.

“Ne sarò molto felice, signore” disse il dottor Verbo “ma il signor Pronome dovrà venire con me, per aiutarmi”.
“Con grande piacere, mio caro dottore” disse il signor Pronome “nessuno nel lavoro si accorda a me come sa fare lei”.

Quindi, dopo essersi inchinati davanti al Giudice, lui e il signor Verbo uscirono dall’aula, mano nella mano, sussurrando tra loro il presente del verbo essere, e gli abitanti della Contea degli Studenti, col loro aiuto, scrissero senza difficoltà la coniugazione dei verbi avere, vivere, cantare e dormire.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 9 – coniugazioni

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Capitolo X – L’avvocato Analisi torna nella Contea degli Studenti

Prima che la corte tornasse a riunirsi per l’incontro successivo, l’avvocato Analisi fece un’altra visita alla Contea degli Studenti.

“Miei giovani amici” disse “vi prego di aprire i vostri quaderni. Disegnate ora sulla pagina cinque caselle, e scrivete all’inizio di ogni casella il nome del signor Sostantivo, del signorino Articolo, del signor Pronome, del signor Aggettivo e del signor Interiezione. Ora ascoltate questo brano, e quando sentite una qualsiasi parola che appartiene ad uno dei vari signori, fate una crocetta nella sua casella.  Quando avrete fatto, contate le parole di ogni colonna e casella, e sapremo quale parte del discorso ha ottenuto il punteggio maggiore”.

Questo è il brano:

“Un uomo viveva del suo lavoro, e siccome aveva braccia forti e un cuore coraggioso, riusciva a mantenere facilmente sua moglie, i suoi bambini, che erano bambini piccoli, e se stesso. Ma una carestia si abbattè sul paese, e il lavoro venne meno.
L’uomo spese tutto il danaro che aveva risparmiato, fino a che non gli rimase nemmeno un centesimo per comprare il cibo per i suoi bambini.
Allora andò dal suo ricco vicino di casa e disse: ‘I miei poveri bambini piangono dalla fame, ed io non ho pane da dare loro. Aiutami’. E il ricco rispose: ‘Io sono un uomo solo, pago sempre i miei debiti, ma a te non devo denaro. Vattene! Non posso farti la carità!’.
Allora il pover’uomo andò da un altro vicino, povero quasi quanto lui. ‘Dammi qualcosa da mangiare per i miei bambini’, disse. ‘Fratello’, rispose il povero vicino ‘non abbiamo molto, ma finchè rimarrà anche una sola crosta di pane, la divideremo tra noi’.
Divisero così tra di loro il poco cibo che era rimasto, e quel cibo bastò a tutti, finchè i tempi duri finirono.”

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 10 – analisi grammaticale

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Capitolo XI – Il signor Avverbio

psicogrammatica Montessori avverbio 14

Quando la corte si riunì di nuovo, era il turno del Signor Avverbio, che si fece avanti inchinandosi educatamente, e sfregandosi le mani tra loro. Il suo stemma era un cerchio arancione.

“Davvero molto obbligato” disse “e ringrazio il mio amico, il dottor Verbo, per avermi lasciato il suo posto qui davanti a voi. Ringrazio veramente il mio caro amico, il dottor Verbo.”
“Caro amico, caro amico!” disse il dottor Verbo “Non sapete quanto mi piacerebbe non averlo sempre intorno. Mi si appiccica così tanto, a volte, che sembriamo uno e non due, ed è un bel peso da portare. E poi, continua a prendermi in giro con le sue domande: ‘Perché?’, ‘Quando?’, “Come?”, qualunque cosa io faccia. Proprio amici! Infatti!”

Il signor Avverbio restò in silenzio.
“Sembra che tu nutra un grande affetto verso il dottore,” gli disse il Giudice, “e dubito che sia reciproco. Prego, dimmi, perché gli sei così tanto affezionato?”
“Mi piace ascoltare tutto quello che dice, e sottolineare agli altri quanto dottamente egli parli” rispose Avverbio.
“Esagera sempre le mie parole” brontolò il dottor Verbo. “Se io dico che mi piace qualcosa, Avverbio aggiunge molto, o moltissimo, o estremamente, o qualche altra parola simile; o, se è di cattivo umore, mi contraddice seccamente, e aggiunge alle mie parole non o per niente. Se io dico vorrei, lui aggiunge non, e così la parola diventa non vorrei; e se io dico posso, lui la trasforma in non posso, appiccicando la sua parola alla mia come se fosse parte di essa.”

“Si comporta sempre in questo modo?” chiese il Giudice.
“Da quando io possa ricordare, sì” rispose il dottor Verbo. “Ecco perché lo chiamano Avverbio, perché aggiunge sempre le sue parole alle mie. Ed ha questo nome da sempre”.

“Signor Giudice,” replicò Avverbio in tono dolce, sempre sfregandosi le mani tra loro “forse il dottor Verbo è di pessimo umore oggi, e forse non è il solo ad esserlo. Si dà il caso, infatti, che io sia anche quello che rende le sue parole molto più efficaci di quanto altrimenti potrebbero essere. Inoltre, io mi comporto in modo molto simile anche col signor Aggettivo, e lui non si lamenta mai di me”.

“Questo è vero” replicò Aggettivo, facendosi avanti, felice di avere un’occasione per usare la lingua, “ è proprio vero, e il signor Avverbio fa benissimo a citarmi. Egli spesso mette ‘molto, veramente, ancora, più’ e altre parole del genere prima dei miei aggettivi, e li esagera. Ad esempio compone molto bello, davvero affascinante, più ostinato, molto provocante, e io non mi lamento di lui per questo. Ma di una cosa  mi lamento, signore, di quando Avverbio prende le mie parole, che sono dei begli aggettivi, e aggiunge un –mente in fondo, per poi chiamarli avverbi. Ad esempio, prende ‘brillante’ e lo trasforma in ‘brillantemente’, prende ‘grazioso’ e lo trasforma in ‘graziosamente’, prende ‘dolce’ e lo trasforma in ‘dolcemente’ e così via”.

Il Giudice di Grammatica puntò l’indice e scosse solennemente la testa, quasi fino a perdere la parrucca. “Signor Aggettivo! Signor Aggettivo!” disse, “ Mi sorprendo di te! Ti stai lamentando di Avverbio per una cosa che fai anche tu. Noi tutti sappiamo che anche tu prendi dalle tue tasche delle parole che usi per trasformare le parole del tuo vicino in aggettivi. Ma quando Avverbio fa lo stesso aggiungendo agli aggettivi –mente, allora sembra non andarti bene. E ancora, tu sai molto bene che, in accordo con le leggi del Paese di Grammatica, ogni Parte del Discorso può creare parole nuove utilizzando quelle vecchie, e questo è molto gradito, non biasimato, Avverbio può mettere il suo –mente su tutte le parole che può, e tu non ha nessun diritto di lamentartene. Io mi chiedo se voi due, tu e il dottor Verbo, non potreste andare più d’accordo col signor Avverbio”.

“Noi non concordiamo in nessun modo con lui” sottolineò Pronome, “né lui con noi”.
“Certamente non concordate per numero o persona” rispose il Giudice”, ma questo non è grave, anzi: almeno lui dà all’avvocato Analisi meno preoccupazioni di voi. Tu ha qualcosa da aggiungere, signor Avverbio?”

“Per riconoscere facilmente le mie parole, potrei insegnarvi il gioco del ‘come, quanto, quando dove, sì o no’ ” rispose Avverbio “Tutte le risposte a queste domande, sono mie parole. Guardate:
Come lo fai? Bene, male, meglio, peggio, volentieri.
Quanto lo fai? Molto, poco, meno, troppo, più, tanto, assai, niente, nulla.
Quando lo fai? Ora, adesso, ancora, ieri, oggi, domani, prima, poi, presto, subito, tardi, sempre, mai.
Dove lo fai? Qui e qua, lì e là, vicino e lontano.
Lo fai? Sì, certo, sicuramente, no, non, neanche, neppure, nemmeno, forse, probabilmente, quasi.
Tutte le parole che si usano per rispondere a queste domande sono mie”, disse Avverbio.

“Ah!” disse Aggettivo, interrompendolo “ ma allora è sbagliato dire che Avverbio inventa parole soltanto aggiungendo –mente. Non tutte le sue parole terminano così”
“E’ vero, ma adesso sappiamo come riconoscere un avverbio” disse il Giudice “E siccome non si tratta di aggettivi, Signor Aggettivo, tu non hai nessun diritto di interferire.”

Poi si rivolse al dottor Verbo e al signor Aggettivo insieme: “ Allora. Io penso che dovreste vergognarvi entrambi del vostro rancore verso di lui. E’ chiaro che le parole del signor Avverbio sono molto utili, e servono a modificare e specificare, quando serve, il significato dei vostri verbi e dei vostri aggettivi. Le parole del signor Avverbio vi aiutano a indicare meglio la qualità di delle vostre parole, ad esempio, o le circostanze di luogo, di tempo, di misura. Vi aiutano anche permettendo di affermare, negare, o mettere in dubbio un’azione.”

Poi si rivolse al signor Aggettivo, dicendo: “Non mi sono piaciuti per niente i tuoi modi avidi e arroganti, e come punizione, ti ordino di scrivere una lista di aggettivi che possono essere trasformati in avverbi. I nostri amici possono portarla nella Contea degli Studenti e aggiungere un –mente ad ognuna di loro. Quando saranno avverbi, potranno rispondere ad una delle domande del signor Avverbio, ‘come, quanto, quando dove, sì o no’”.

Questa è la lista che compilò il signor Aggettivo: veloce, improvviso, grazioso, brillante, puntuale, pigro, delicato, morbido, simpatico, forte, regolare, libero, distinto, subdolo, furbo, felice, chiaro, astuto, terribile, ordinato, falso, acuto, vero.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 11 – AVVERBIO

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Capitolo XII – Il signor Preposizione

psicogrammatica Montessori preposizione 9

“Di,a, da, in, con, su, per, tra, fra,” disse il Giudice di Grammatica il giorno seguente. “prego, chi è il proprietario di queste piccole creature?Signor Sostantivo, sono tue?”
“No, signore” rispose il signor Sostantivo, “non sono i nomi di qualcosa o qualcuno”.
“Dottor Verbo, sono tue?”
“Non avrei nessuna obiezione a prenderle tra le mie parole” rispose il dottor Verbo, “se sapessi cosa farmene. Ma non mi sembrano per niente simili alle mie parole”.
“Bene così” lo interruppe il Giudice, che già temeva che il dottor Verbo si lanciasse in uno dei suoi interminabili discorsi, “Signor Aggettivo, per caso le vuoi reclamare tu?”
“Ma esse non qualificano qualcosa, signore” rispose Aggettivo; “Mi sembrano povere, inutili, piccole, sciocche…”
“Non vogliamo che tu ce le qualifichi, grazie” disse il Giudice, “Solo che tu ci dica se sono tue. Le parole del piccolo Articolo sono poche e le conosciamo tutte, quindi non possono essere sue. Signor Pronome, sono per caso tue?”
“No, signore” rispose il signor Pronome “Come ha detto il signor Sostantivo, non ho nulla a che fare nemmeno io con queste parole. Esse non stanno al posto di alcun nome”.

“Bene” disse il Giudice “ Sappiamo che esse non appartengono nemmeno a quel noiosetto del signorino Interiezione. Sono tue, signor Avverbio?”
“Sarei estremamente felice di averle, signore” rispose Avverbio, sempre sfregandosi le mani tra loro, “Non dubito che potrei renderle straordinariamente utili”
“Non è quello che le ho domandato” disse il Giudice; “Sono tue?”
“Non posso dire che siano esattamente mie” disse Avverbio, “ma…”
“Non voglio sapere altro” lo interruppe il Giudice.

Poi, alzando la voce, continuò: “Se c’è qualcuno in questa corte che possiede le parole di,a, da, in, con, su, per, tra, fra, si faccia avanti”.
A queste parole si fece avanti un personaggio piccolo, magro ed elegante, che per stemma aveva una lunetta verde.
L’ometto, guardandosi intorno con aria trionfale, esclamò: “Appartengono a me. E sono parole mie anche ‘sopra, sotto, dentro, fuori, vicino, lontano,davanti,dietro, presso, verso, oltre, attraverso, lungo, dopo, durante, entro, avanti, oltre’. Ma ne posseggo anche altre.”.

“E tu chi sei?”
“Il signor Preposizone, signore. Io sto prima di un nome o di un pronome, ma anche prima di un aggettivo, di un avverbio o di un verbo all’infinito, per stabilire un rapporto tra le parole. Le mie parole, insomma, chiariscono alle altre parole la loro posizione”.
“Tu metti in ordine le parole?” chiese il Giudice, “E come fa un piccoletto come te a ordinare qualcosa al signor Sostantivo?”
“Grande o piccolo, signore, questo è ciò che faccio” disse Preposizione. Io stabilisco la posizione di ogni persona e di ogni cosa, e mostro se esse sono sopra o sotto, a o da, qua o là”.

“Gentilmente, permettimi di interromperti” disse il signor Avverbio, facendosi avanti “Veramente devo sottolineare che qua e là sono parole mie”.
“E come si fa dirlo?” chiese il Giudice.
“Lo mostrerò immediatamente, signore” rispose Avverbio, “con l’aiuto delle mie domande ‘come, quanto, quando dove, sì o no’ alle quali solo io posso rispondere. Se diciamo ‘è seduto là”, rispondiamo alla domanda ‘dov’è seduto?’. Quindi è una parola mia”.

“Fermati un attimo” disse Preposizione “ Anch’io posso rispondere alle tue domande preferite, tranne il sì o no. Ascolta: Come lo fai? Di zucchero, in blu. Quanto lo fai?Più di te, meno di lui. Quando lo fai?Prima di cena. Dove lo fai? Nel letto, sul tavolo, a casa”

“Oh,” disse Avverbio, sorridendo educatamente, “ sei stato molto abile. Ma pemettimi solo un’osservazione. Tu non hai risposto con una singola parola alle domande, ma hai utilizzato insieme alle tue parole, le parole di altre parti del discorso. Il signor Sostantivo ti ha aiutato con le sue parole zucchero, letto, tavolo, casa; il signor Aggettivo con la sua parola blu, il signor Pronome con la sua parola te, lui, eccetera. Invece io rispondo alle domande senza nessun aiuto”.
“Non ci si può certo aspettare che un piccoletto come me possa fare tutto da solo”, disse il signor Preposizione; “Io non pretendo di farlo. Io ho già detto che la mia posizione corretta è prima di un nome o di un pronome, o di altre parole. Quello che voglio dire è che io aiuto a rispondere alle sue domande, e che il signor Sostantivo e il signor Pronome non potrebbero rispondere ad esse senza di me”.
“E’ vero, avvocato Analisi?”
“Totalmente vero, signore”, rispose l’avvocato.“Quando incontriamo le domande come, quanto, quando dove e rispondiamo con una sola parola, allora quella parola è un avverbio. Ma quando rispondiamo con un nome o un pronome, aiutati da un’altra piccola parola, allora io so che quella piccola parola appartiene al signor Preposizione”.

“Sì, signore” continuò il signor Preposizione; “così se diciamo ‘sullo scaffale’ oppure ‘sotto al monte’vediamo come abbiamo dovuto mettere una preposizione prima della parola del signor Sostantivo scaffale e monte. Ma, naturalmente, se vogliamo rispondere alla domanda ‘Come sei saltato, su o giù?” allora Avverbio riconosce queste parole come sue, perché esse vengono aggiunte al verbo saltare, e non hanno nulla a che fare con un nome o un pronome”.
“Proprio così” disse Avverbio; “Il mio amico Preposizione è perfettamente dalla parte della ragione. Ammiro immensamente il mio giovane amico, anche se non si muove in modo così selettivo come faccio io con la mia cerchia.”.

“Io penso” disse il signor Preposizione, “che il signor Sostantivo sia un buon compagno, tanto quanto lo è il dottor Verbo. Inoltre, il povero Avverbio non si accorda con nessuno, e nessuno si accorda con lui…”.

“Basta così, vi prego” disse il Giudice a questo punto, “Penso che possiamo dire di aver capito. La riunione di oggi è sciolta. Prego l’avvocato Analisi di consegnare agli abitanti della Contea degli Studenti un compito adatto a chiarire definitivamente il lavoro del signor Preposizione”.

E il Giudice di Grammatica si alzò frettolosamente dalla sua sedia, e uscì dall’aula, molto stanco.

L’avvocato Analisi consegnò agli abitanti della Contea degli Studenti il seguente brano, chiedendo loro di scoprire tutte le preposizioni in esso contenute, e di contare le righe in cui il signor Preposizione non ha nulla da dire.

Questo è il brano:

Accanto ad una campanula, nella brughiera,
tra l’erica viola,
viveva una fata, che se ne stava  lì,
sotto le foglie, nei giorni di vento.
La fata beveva le gocce di rugiada dallo stelo,
e si riposava dentro il fiore;
poi andava a fare una passeggiata,
o faceva una cavalcata di mezz’ora
sulla schiena di un grillo.
Andava dalla Regina,
la Regina delle fate, con tutta la sua corte,
all’interno del verde bosco.
Insieme cantavano e danzavano sull’erba,
fino a quando le allodole cominciavano a cantare.
E dove ballavano, come tutti sanno,
lasciavano un anello di fata.
Oh, graziose fatine! Perché non restate,
in modo che noi vi possiamo spiare?
Perché danzate e cantate
solo quando siamo addormentati?

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 12 – PREPOSIZIONE

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Capitolo XIII – Il signor Congiunzione

psicogrammatica Montessori congiunzione 13

“Signore,” disse l’avvocato Analisi quando la corte di riunì il giorno successivo “ imploro il tuo aiuto. Ho qui una storia, una storia davvero eccellente, ma per un motivo o per l’altro non riesce a fluire in modo corretto, come se procedesse a scatti. Ho chiesto a tutte i Signori delle Parti del Discorso presenti di aiutarmi, ma nessuno di loro è stato in grado di farlo”.
“Leggi la storia a voce alta” disse il Giudice “e noi staremo ad ascoltarla”.

Così l’avvocato Analisi lesse:
”Un’aquila si avventò su un piccolo agnello. Lo portò via prendendolo tra i suoi artigli. Un corvo lo vide volare. Pensò che avrebbe potuto fare lo stesso. Egli scelse la più bella. La più grande pecora del gregge. Si avventò su di essa. Ecco! Guardate! Era troppo pesante. Era molto più grande di lui. Il povero signor corvo era riuscito soltanto a impigliarsi coi suoi artigli nella lana. Quando provò a volare via gli fu impossibile liberarsi. Lottava. Il pastore arrivò. Lo catturò. Lo mise in una gabbia.”

“Vedo, vedo” disse il Giudice, “Avrebbe bisogno di qualche parola per collegare le sue frasi tra di loro. Sostantivo, Pronome, Articolo, Aggettivo, Verbo, Avverbio, Preposizione, nessuno di loro può farlo. Ho solo altre due signori delle Parti del Discorso che restano nella mia lista: il piccolo Interiezione, che naturalmente non le sarebbe di grande aiuto, e il signor Con…”

“Congiunzione? Eccomi qui, signore!” disse una voce allegra e brillante entrando solo ora dalla porta che si trovava in fondo all’aula, e il signor Congiunzione si fece avanti.
Indossava un cappotto con bottoni d’ottone, e un berretto simile a quello di un ferroviere, con le lettere C.G. stampate sulla visiera. Il suo stemma era una barretta rosa. Sotto il braccio teneva un pacco, che sembrava scatola di attrezzi, almeno così sembrava. Vedendoli avreste sicuramente pensato ad attrezzi e ganci, se li aveste visti nel mondo reale. Ma a dire il vero quelle erano le sue parole.

“Sei in ritardo.” disse il Giudice, con tono severo, “Dove sei stato?”
“A dire la verità, signore” rispose Congiunzione, “sono stato a fare un piccolo viaggio sulle Ferrovie del Paese di Grammatica. Il fatto è, signore, che il mio turno sembrava non arrivare mai, e l’ultima volta che sono venuto qui, eravate ancora impegnatissimo ad ascoltare gli altri signori.”
“E allora?” lo interruppe il Giudice, arrabbiato.
“E allora ho pensato che non ci saremmo incontrati ancora per molto tempo; e così ho deciso di concedermi un viaggio di piacere in treno”.

“Molto inappropriato da parte tua” rispose il Giudice “ Una cosa del genere non si è mai sentita prima, nel Paese di Grammatica. Chiedi al dottor Sintassi se il compito delle congiunzioni è fare viaggi di piacere”.
“Le congiunzioni hanno il compito di collegare tra loro le parole o le frasi” disse il dottor Sintassi, con la sua voce monotona e solenne. Egli si era alzato prima di iniziare a parlare, e finito il suo discorso era tornato a sedere.

“Ecco!” disse il Giudice, “Hai sentito qual è il tuo compito? Collegare tra loro parole e frasi! Questo è il tuo lavoro, ed era proprio quello di cui abbiamo avuto bisogno mentre non c’eri. Tu hai lasciato tutta la corte qui ad aspettarti, mentre se ne stavi tranquillamente in vacanza, questa è la verità! E poi, per carità, cosa vogliono dire quelle due lettere C.G. sul suo berretto?”
“Bene, signore, le persone del mondo reale dicono che stanno al posto di Capo Giunzione, che è una grande stazione ferroviaria di quelle parti; e dicono che io sono il manovratore degli scambi, quello che muove le rotaie e che fa andare i treni insieme, o separatamente, a seconda del caso; ed io non lo so, ma questa è la miglior descrizione che le persone del mondo reale possano dare del mio lavoro. Solo che loro dovrebbero sapere che i nostri treni, nel Paese di Grammatica, sono le frasi, e gli strumenti che uso per unirli sono le mie parole: ‘e ed, o ovvero oppure, ma anzi però tuttavia pure eppure piuttosto, cioè infatti invero, anche, dunque quindi perciò ebbene’, eccetera. Ed io sono qui, avvocato Analisi, al tuo servizio, se vorrai farmi il piacere di usarle” e così dicendo si tolse il pacco da sotto il braccio e lo appoggiò sul tavolo, davanti all’avvocato Analisi, con un inchino.

“Grazie” disse l’avvocato Analisi “una cosa alla volta, prego. Io vorrei leggere di nuovo la mia storia, e tu mi consegnerai una parola adatta ogni volta che mi fermo.
Così l’avvocato rilesse la storia, e il signor Congiunzione inserì le sue parole in questo modo:
“Un’aquila si avventò su un piccolo agnello e lo portò via prendendolo tra i suoi artigli. Un corvo lo vide volare e pensò che avrebbe potuto fare lo stesso; così egli scelse la pecora più bella e più grande del gregge, e si avventò su di essa; ma ecco! Guardate! Era troppo pesante, perchè era molto più grande di lui, così il Povero signor corvo era riuscito soltanto a impigliarsi coi suoi artigli nella lana e quando provò a volare via gli fu impossibile liberarsi. E mentre lottava, il pastore arrivò e lo catturò e lo mise in una gabbia.”

“Ah,” disse il Giudice di Grammatica, “Sì, c’è un miglioramento. Ho notato, signor Congiunzione, che tu hai inserito nella storia le parole ‘e, così, ma, allora, perché, e mentre’. Quali altre parole possiedi?”
“Ho la parola ‘perché’, signore” rispose il signor Congiunzione “Il signor Avverbio ha la parola ‘perché?’ col punto di domanda, ma io ho il perché che si usa nella risposta, e a chiunque chieda “Perché?’ su qualsiasi argomento, solo io posso rispondere.”

“Non è il caso di vantarsi” disse il Giudice, “Tu congiungi soltanto i treni tra loro, lo sai bene; ma non puoi farli. Il tuo ‘perché’ è solo una parola utile per introdurre quello che viene dopo. Possiedi altre parole?”
“Ho la parola se, signore; e anche se è una parola di sole due lettere, fa a volte una grande differenza. Quanto saremmo tutti più felici se potessimo avere quello che desideriamo”.
“Sì, sì, lo so” disse il Giudice “ se i desideri fossero cavalli, i poveri sarebbero tutti cavalieri. Ma non è così. Ora, signor Congiunzione, se hai altre parole, diccele”.

“A volte uso anche le parole dei miei vicini come congiunzioni, signore” rispose il signor Congiunzione, “Ad esempio per formare ‘considerato che’, ‘sino a che’ , ‘ogni volta che’, ‘tanto più’, ‘in modo da’ e simili”.

“Una sola domanda” disse il Giudice “Tu concordi con qualcuno dei tuoi vicini?”
“No, signore, sono più che contento di stare tra loro, e questo mi basta” rispose Congiunzione.
“Signor Avvocato, sia così gentile da mandare la seguente storia alla Contea degli Studenti, e dì ai suoi abitanti di dare al signor Congiunzione un posto sui loro quaderni, tra le altre Parti del Discorso, e di sottolineare nel brano tutte le sue parole. Quando l’avranno fatto, vi darò buona notizia”.

Questa è la storia inviata alla Contea degli Studenti:

“Un viaggiatore in India un giorno si allontanò dai suoi compagni di viaggio, e andò a dormire sotto un albero. Quando egli si svegliò, vide con orrore davanti a sé gli occhi di una tigre, pronta a balzargli addosso dall’altra riva del fiume. Egli scattò in piedi pronto a correre via il più lontano possibile, ma si rimise immediatamente seduto, perché un grande coccodrillo stava venendo verso di lui. Vide la tigre balzare, e chiuse gli occhi terrorizzato, attendendo la sua fine. Seguì un rumore tremendo, ma lui non sentì nulla. Aprì gli occhi, ed ecco! La tigre era stata attaccata dal coccodrillo; e mentre i due animali lottavano tra loro, il viaggiatore si alzò e corse via.”

La corte uscì dall’aula.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 13 – CONGIUNZIONE

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Capitolo XIV – Ancora il dottor Verbo, ovvero l’analisi grammaticale

psicogrammatica Montessori verbo 5

“Adesso, signori” disse il Giudice di Grammatica, quando la corte si riunì di nuovo, “Ma cosa sta succedendo, dottor Verbo?” chiese, interrompendosi, perché il dottor Verbo si era fatto avanti ed era caduto sulle ginocchia davanti a lui.
“Una preghiera, signore” disse il dottor Verbo “No, Preposizione, non provare nemmeno a farmi cambiare idea dicendo che il Giudice si arrabbierà. Il Giudice ha le sue ragioni, ma io ho le mie. Signore, io chiedo di provare insieme ad analizzare qualche frase, di modo che ogni litigio possa definitivamente cessare nel Paese di Grammatica, perché mi restano molti dubbi sul posto di ognuno di noi nella frase. E mi sembra che qualcuno non mi dia l’importanza che merito.”.

“Questa volta non perderò la pazienza. Va bene. D’altra parte è un esercizio che può essere utile a tutti, anche ai nostri amici della Contea degli Studenti.” disse il Giudice.

“Avvocato Analisi, hai una frase da analizzare, come dice il dottor Verbo, che ci aiuti a riconoscere tutte le parti di una frase?”
“Certamente, signore” disse l’avvocato Analisi, sfogliando tra le sue carte. “Ecco qui un’eccellente frase, ma sarebbe meglio dire ecco qui due frasi, visto che ci sono due verbi: ‘Luca improvvisamente lanciò un forte grido, perché oh! Una tigre era apparsa davanti a lui’. Cominciamo con l’analisi. Luca.”
“Mia” disse il signor Sostantivo. “Luca è un nome proprio”.
Improvvisamente” disse l’avvocato Analisi.
Improvvisamente, certamente è mia” disse Avverbio a voce bassa.
Lanciò” disse l’avvocato Analisi.
Lanciò è mia” disse il dottor Verbo “E’ l’azione compiuta da Luca. E ti prego, signor Sostantivo, di che numero e persona è la parola Luca, perché io possa concordare con te?”
Luca è di numero singolare, naturalmente” disse il signor Sostantivo, “Perché c’è un solo Luca ad essere nominato; ed è una terza persona, perché stiamo parlando di lui, non a lui, e naturalmente lui non sta parlando di se stesso”.
“Bene” disse il dottor Verbo “se Luca è una terza persona singolare, anche ‘lanciò’ è una terza persona singolare. Il suo tempo è il passato.”
Un è la parola che segue” disse l’avvocato Analisi.
Mia” disse il piccolo Articolo.
Forte” continuò l’avvocato.
Forte è mia” disse il signor Aggettivo “qualifica l’urlo, dice che tipo di grido è stato.
“Continuiamo” disse l’avvocato, “Grido
“Mia” disse il signor Sostantivo; “questa volta un nome comune”.
Perché” continuò l’avvocato Analisi.
“Mia, signore” disse Congiunzione “è una parola che collega tra loro le frasi ‘Luca lanciò improvvisamente un forte grido’ con ‘oh! Una tigre era apparsa davanti a lui’ ”.
Oh! Oh! Oh!, Questa è mia!” strillò Interiezione, prima che l’avvocato Analisi avesse il tempo di continuare.
Una” disse Analisi, ignorandolo.
“Di nuovo un articolo” disse il piccolo Articolo.
Tigre
“Mia” disse il signor Sostantivo, “è un nome comune di animale”.
Era apparsa
Era apparsa è mia” disse il dottor verbo.
Davanti a
Davanti a è mia” disse Preposizione “è una preposizione che ci spiega la posizione della tigre rispetto al povero Luca”.
“E adesso l’ultima parola” disse l’avvocato Analisi, “Lui
Lui è mia” disse il signor Pronome. “Si tratta di un pronome personale, terza persona, numero singolare, che sta al posto del nome Luca.”

Terminata l’analisi, tutti i signori delle Parti del Discorso si sentirono soddisfatti, anche quel brontolone del dottor Verbo.

“Bene signori” disse il Giudice “Adesso capite perché il nostro avvocato si chiama Analisi. Ora lasciate che i nostri cari amici della Contea degli Studenti analizzino alcune frasi nello stesso modo: sono sicuro che saranno bravissimi.”
Poi si rivolse all’avvocato Analisi, e disse: “Amico, ti prego di scegliere alcune frasi e di consegnarle ai bambini”.
Quindi diede un’occhiata all’orologio, e continuò: “Io trovo, signori, che il tempo presente sia già passato, e che entreremo presto nel futuro, se andiamo avanti così; quindi dovrò lasciarvi, fino al nostro prossimo incontro, che vi annuncio avverrà domani”.

Il Giudice si alzò dalla sua poltrona, e l’avvocato Analisi diede ai bambini le seguenti frasi da analizzare:

Noi abbiamo fatto una passeggiata in giardino.
Io vidi un’ape sul tuo cappello.
La salamandra mangiò una mosca.
Voi avete mai visto una rosa blu.
Ah! Io ho un osso nella mia coscia.
Io ti correrò dietro sul mio cavallo.
Tommaso colse un fiore per me.
Giulio sta leggendo sulla sedia a dondolo.
Un ragno ha otto zampe.

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 14 – analisi grammaticale

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Capitolo XV – Il Gran Premio di Grammatica

La corte si riunì il giorno seguente, e il Giudice disse: “Ed ora, signori, spero che tutti voi siate pronti per il Gran Premio che si terrà oggi. Gli abitanti della Contea degli Studenti sono invitati ad assistere, ed a portare i loro quaderni e le loro matite. Tutti voi, miei nove signori delle Parti del Discorso, inventerete una storia, e l’avvocato Analisi vi darà una mano. Egli esaminerà attentamente ogni parola, ed i bambini della Contea degli Studenti disegneranno sui loro quaderni una casella per ognuno, e metteranno una crocetta per ognuna delle vostre parole contenuta nella storia. Alla fine conteranno le crocette e chi ne avrà ottenute il maggior numero, avrà”

E proprio in quel momento, mentre tutti stavano con le orecchie tese ad ascoltare quale premio fosse in palio, grandi nuvole di polvere si sollevarono da dietro la poltrona del Giudice.
Infatti la critica, stanca di stare in ozio, aveva cominciato a riordinare alcuni grandi mucchi di vecchi libri ammuffiti, quali vecchie grammatiche, dizionari, e non si sa cos’altro, e la venerabile polvere uscita da essi entrò negli occhi, nel naso e nella bocca del signor Giudice, che ebbe un violento attacco di tosse asmatica e non fu più in grado di parlare.

Siccome non riusciva a dire quale premio fosse destinato al vincitore, la corte decise di affidare ai bambini non solo il compito di contare le crocette, ma anche quello di fissare un premio a loro scelta per il campione del Gran Premio di Grammatica.

Questa è la storia scelta per loro dall’avvocato Analisi:

Il topo e il leone
Un topo, senza volere, passò una volta sul corpo di un leone addormentato. Il leone si destò di soprassalto, e con una delle sue zampone afferrò il topo. “Oh! Per carità! Non mi uccidere!” esclamò il povero animaletto. “Non volevo disturbarti, e ti prometto che alla prima occasione ti aiuterò volentieri” .Il leone cominciò a ridere, nel sentir dire che un topo gli prometteva di aiutarlo. E tanto rise, che allargò la zampa, e il topolino potè fuggire via tutto contento.
Passò del tempo, e un giorno il leone restò impigliato in un laccio teso dai cacciatori. Si dibatteva furiosamente, ruggiva in modo da far tremare gli alberi, ma la fune non si spezzava perché era molto grossa e resistente. In quel momento arrivò di corsa il topolino. “Aspetta un attimo” disse quando ebbe visto di che cosa si trattava, “Per me rodere è un divertimento!”. In verità dovette rodere con molta fatica per più di un’ora. Ma alla fine la corda si spezzò e il leone fu libero. “Vedi?” disse il topo “Ora non ridi più; e hai capito che anche un poveraccio come me può essere utile al re degli animali”.

SCHEDA DIDATTICA

scheda didattica 15

Il Paese di Grammatica – scheda per il CAPITOLO 15 – analisi grammaticale

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BIBLIOGRAFIA E LINK UTILI

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nuova grammatica

M. Dardano – La nuova grammatica della lingua italiana, Zanichelli

l'autoeducazione nelle scuole elementari
Maria Montessori L’autoeducazione: Nelle scuole elementari (Garzanti Saggi)

educazione e pace
Maria Montessori Educazione e pace

la mente del bambino
Maria Montessori La mente del bambino. Mente assorbente

Il metodo della pedagogia scientifica
Maria Montessori Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle case dei bambini. Edizione critica.

educare alla libertà
Maria Montessori Educare alla libertà

la scoperta del bambino
Maria Montessori La scoperta del bambino

impariamo dai bambini a essere grandi

Sono Maria Marino. Mi occupo di pedagogia, didattica, arte e manualità. Lapappadolce è il sito che scrivo come insegnante e mamma, per contribuire nel mio piccolo a rendere più accessibili a tutti i bambini, a scuola o a casa, la didattica Montessori, la pedagogia Waldorf, e tutte le pratiche educative che ho imparato con loro e in cui credo.

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